Arturo Graf.
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La leggenda del paradiso terrestre.
Lettura fatta nella Regia universit di Torino, add 11 novembre 1878.
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1878. Loescher Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico. Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/.
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LA LEGGENDA DEL PARADISO TERRESTRE.
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Nostri sogni: leggiadri ove son giti
Dell'ignoto ricetto.....
Leopardi

.....vulgaris fabula non est
Talibus irsa modis.
Ovidio.

AD ANGELO MESSEDAGLIA.

..... Thou hast deserved of me
Far, far beyond whatever I can pay.
Robert Blair.

Oi! paradis. Uni bel maner!
Vergier de gloire, tant vus fel bel veer!
Adam, mist. d. XII sec. d. Luzarche.
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Signori,

Tra le infinite leggende che la fantasia dei popoli ha create, e che trapassano di generazione in generazione e d'una in un'altra et, ricordatrici immaginose delle cose passate, vivaci e colorite figurazioni dell'intime energie della evoluzione storica, una ve n'ha che, per la natura del tema e per la diffusione, merita in particolar modo di essere raccolta e studiata.  dessa la leggenda del Paradiso terrestre, della quale io intendo di tenervi discorso.
E comincio con dire che questa religiosa e cosmogonica concezione di un luogo intermedio per natura fra il cielo e la terra, dove  copia di ogni immaginabil delizia, e dove, con auspicii tanto dal successo diversi, comincia la vita della umanit; questa concezione cui contraddice in modo s brusco la scienza moderna,  comune a tutte le genti della gran famiglia ariana, a tutte le genti della famiglia semitica. D'onde essa derivi per avventura nel Genesi non  qui il luogo d'andar rintracciando. Altri l'ha fatto con iscoprimenti novi ed inattesi(1). L'Uttara-Kuru degli Indiani, situato sul sacro monte Mru,  un vero paradiso terrestre, dimora degli dei, prima patria degli uomini(2). Tale  pure l'Airyana Vag dei libri zoroastrici sino a che il fallo dei primi parenti e la malvagit di Arimane lo trasformano in gelato deserto. Le Merope dei Greci si riconnettono anche filologicamente al Mru indiano, e l'et saturnia, l'et dell'oro, illumina de' suoi fantastici riflessi la pi colorita e varia poesia che sia stata nel mondo(3). Da prischi miti saturnii, ove altri s'industria di riscoprire le trasfigurate immagini di quel padre luminoso delle mitologie ch' il sole(4), nasce la immaginazione dei Campi Elisi(5), e nasce la immaginazione degli Orti delle Esperidi, dove le figliuole d'Atlante stanno a custodia delle poma d'oro(6). Pi tardi ne nasce anche quella dell' '?p??s?t??, o isola inaccessibile di Tolomeo(7). Secondoch un illustre orientalista ha dimostrato, il mito del Paradiso terrestre si ritrova anche nelle tradizioni religiose degli Assiri e dei Caldei(8) mentre, da altra banda, la reminiscenza di un paradiso perduto irradia le cupe finzioni della mitologia settentrionale(9). dm  nome pirico e solare, e si riscontra con quello di Prra, ristoratrice, appo i Greci, della distrutta umanit, e si riscontra con quello di Adar, divinit assira generatrice(10). L'albero edenico della vita si accompagna all'albero Kalpavrika degl'Indiani, ed all'Haoma degl'Irani(11).
Ma di tutto ci io non debbo altrimenti discorrere, bastandomi d'avere fuggevolmente accennato alla universalit del mito, ed alla similarit delle concezioni che lo costituiscono. Ci che io voglio far notare si  che, sebbene il mito si trovi in molte e diversissime religioni, non esclusa l'ultima venuta, l'islamismo, pur tuttavia in nessuna assume quell'importanza che nel cristianesimo. E la ragione n' chiara a mio credere. Nel sistema di credenze del cristianesimo, la pi espiatrice e catartica delle religioni, di contro all'opera misteriosa e solenne di una redenzione compiuta da un Dio fatto uomo, il fallo del primo padre doveva apparire mostruoso ed enorme, e quindi, per necessario effetto di contrasto, a paragon di quel fallo doveva parere incommensurabile il primo benefizio di Dio, doveva la dimora dell'uomo innocente rifulgere di un pi intenso lume di cielo, e quello stato di primitiva inenarrabile felicit dipingersi alle menti con tanto pi vaghi colori quanto era maggiore la miseria dei tempi, quanto pi vivo il sentimento della fragilit ereditata, quanto pi grave il terrore dei castighi minacciati a coloro che non fossero per trar frutto dell'opera della redenzione. La religione che comincia con un sacrificio ed ha per simbolo la croce, naturalmente inchina gli animi alla melanconia, al raccoglimento, alla contemplazione. Essa istori di teofanie luminose l'alte finestre e le mura dei templi, essa popol di maravigliose visioni le menti estatiche degli asceti. Noi non sapremo mai quant'anime solitarie di reclusi si sollevarono in aspirazioni ardenti verso quella prima patria di gloria e di felicit, mentre gli sguardi vagheggianti ne spiavano come un lontano riverbero nei tramonti di porpora, fra le nubi radiose.
Il cristianesimo, sin dal primo suo nascere, cerc forme adeguate d'espressione nella poesia e nella musica. Nell'arte simbolica delle catacombe Cristo assume l'aspetto d'Orfeo. I poeti biblici, pi volti verso un avvenimento invocato ed atteso che verso il passato, e men proclivi alle melanconiche contemplazioni, non si vede che troppo si volgessero con la mente alla patria paradisiaca, dove, per breve giro d'ore o di giorni, i nati della creta avevan gustato una felicit bandita di poi dalla terra; ma i poeti della nuova legge si convergon tutti disiosamente a quelle origini a cui pareva dovesse ripiegare il corso della storia, e una opinione gi teneva gli spiriti, che la beata dimora dei primi genitori, riaperta ai figli redenti, dovesse accogliere, per misurato spazio di tempo, sino al giorno dell'universale giudizio, le anime degli eletti, destinati ad ascendere poi alle glorie incomparate e senza fine della Gerusalemme celeste. La condizione de' tempi favoriva questa disposizione degli animi. Si sfasciava il vasto e secolare impero di Roma, e l'aria sonava del romore della grande ruina. Generazioni intere di Barbari si rovesciavano alla conquista e alla preda. Una et di ferro, quale non avevan sognato le mitopee dell'antichit, pesava sul mondo. Ogni gentilezza periva, prima nella corruzione, poi nella ferit del costume: la vita diventava un grave, insopportabil fardello. Qual maraviglia se poeti del IV, del V e del VI secolo come Proba Falconia, Mario Vittore, Draconzio, Alcuno Avito, raccolgono quante reminiscenze dell'arte classica durano in loro, stemperano i colori pi accesi delle lor fantasie, vestono di concetti le pi dilicate movenze del sentimento, per ripresentare agli animi una viva immagine di quel primo soggiorno di beatitudine? Quanto pi rude e turbolenta e malvagia si faceva la vita, tanto pi intenso doveva farsi negli animi contemplativi il desiderio di ritrarsi con la fantasia in quella solitudine tranquilla e serena. Amavasi allora di riposare, sognando, all'ombra dell'arbori immortali sorte nelle prime aurore della creazione, di aspirare il profumo di fiori non pi veduti dai tgli del peccato, di porger l'orecchio al molle susurro della fonte incomparabile che per quattro rivi si spandeva ad alimentar d'acque la terra, e al canto degli uccelli, celebranti come nel primo giorno, pi dell'uomo fedeli e ricordevoli, le glorie del loro creatore, a mirare senza sbigottimento oramai la pianta funesta di perdizione, dacch era forse gi nata la leggenda celeberrima che faceva dal seme di quella venire il legno di redenzione su cui Cristo fu crocifisso(12). Un poeta del secolo VI, non pi latino oramai, non ancora italiano, Fortunato, ne fa gi menzione(13).
Ed altre leggende intanto notavano nella coscienza popolare; alcune ricollegantisi agli apocrifi giudaici, altre agli apocrifi cristiani, di cui ebbe tanta copia il secondo secolo, altre venute non si sa d'onde n quando. Il racconto biblico, sbrigativo e succinto, sorpassava su certe particolarit, che necessariamente dovevano destare la curiosit popolare. Si volle sapere d'onde il creatore avesse preso il limo fecondo con che fu plasmato il primo uomo(14). Di costui si volle conoscere pi addentro la natura e la condizione. Gli si diedero gli angeli per maestri, gli si attribu buona parte della scienza e della potenza divina(15); fu creduto risplendesse in tutta la persona prima del peccato(16), e fosse di cos sterminata mole da toccar, coricato, con il capo l'Oriente, con i pi l'Occidente(17). Egli era di gran lunga superiore agli angeli tutti del cielo. Secondo una leggenda islamitica, la quale ha radice in una leggenda rabbinica, Dio, dopo che ebbe creato Adamo, chiam le schiere degli angeli suoi perch onorassero la nuova creatura. Tutti si piegarono volentieri al divino comando, salvo Iblis, l'angelo superbo, che ricus di porgere omaggio al figliuol della creta, e fu per tale disobbedienza cacciato dal cielo. Adamo, il qual seppe nominare le cose tutte create in settanta lingue diverse, parl allora a diecimila schiere di angeli, lodando e magnificando l'onnipotenza di Dio(18). Si volle ancora cercare se Adamo non avesse avuto, fuor di Eva, altre compagne; e alcuni pensarono averne egli avuta una prima, di natura angelica e celeste, la quale, dopo breve tempo, il lasci per far ritorno alla sua patria superna; ed altri narravano di una cotal Lilit, formata come Adamo di terra, la quale fu di proterva e malvagia natura, e si prostitu ai demonii, e divent madre di giganti e di mostri(19). Sopra a queste minori leggende una intanto ne cresceva di maggior mole, rabbinica anch'essa d'origine, ma diffusasi poi in singoiar modo e fatta universale cos fra' cristiani come fra' maomettani, e quest'era la leggenda della penitenza di Adamo, della quale si fa ricordo nel Decreto che da papa Gelasio, in sulla fine del V secolo fu emanato contro i libri apocrifi, ond'era infestata la Chiesa. Secondo questa leggenda, Adamo, sbandito dal Paradiso, si separ dalla compagna funesta che l'aveva trascinato alla colpa, e per lo spazio di oltre un secolo pianse ed espi con penitenza asprissima il suo peccato(20), fino a che ottenne dalla piet di Dio la consolante promessa della redenzione. Eva infrattanto, abbandonata, ma penitente anch'essa, dava alla luce Caino, il primo omicida. Sulla durata appunto di tal penitenza, e sul luogo ove Adamo l'aveva esercitata, discordavano le opinioni. I Maomettani credono luogo della espiazione essere stato un monte altissimo dell'isola di Serendib, il quale  pur sacro ai Buddisti, che narrano il Budda essersi di quivi sollevato al cielo. Di quel monte famoso, di cui lasci Marco Polo una non breve descrizione nella relazion de' suoi viaggi, son pochi i trattati geografici del medio evo che non facciano ricordo
Ma gli orti del Paradiso non rimasero gran tempo deserti; i cherubini fiammeggianti che ne custodivano gli aditi, schiusero alcuna volta le porte sonore dinnanzi a qualche avventurato pellegrino. Enoc ed Elia, sottratti sino alla consumazione dei secoli alla legge comune dei mortali, ridivennero abitatori del luogo felice impenetrabile alla morte, e di quivi torneranno un giorno per annunciare la fine del mondo e per combattere l'Anticristo(22). Simil grazia tocc per decreto di popolar fantasia a San Giovanni(23), il discepolo prediletto, il poeta dell'Apocalisse; e ho gi fatto cenno di una credenza per certo assai antica, giacch la si trova espressa nell'Evangelo apocrifo di Nicodemo e da Lattanzio (che si fonda sull'autorit della sibilla Eritrea), secondo la quale il Paradiso terrestre deve servir di dimora alle anime dei giusti sino al giorno dell'universale giudizio(24). E seguendo le sue consuetudini cercava nel tempo medesimo la fantasia dei credenti di abbellire di maraviglie nuove la patria perduta ma racquistabile, e v'introduceva, come in istanza sua propria, quella immortale Fenice, intorno a cui tanto aveva favoleggiato l'antichit, e che la Chiesa cristiana accoglieva nell'ordine de' suoi simboli(25), e vi piantava alberi dalle fronde d'oro e d'argento, e popolava i boschi d'uccelli parlanti, e l'acqua empieva di musici pesci, e vi faceva scaturire quella fonte mirabile di giovent alla cui discoperta non pochi mossero nel medio evo, quella fonte della quale fu un tempo il Prete Gianni tenuto felice possessore, e che Ponce de Leon, nel 1512, cercava ancora nelle ubertose pianure della Florida da lui scoperta(26).
S'intende di leggieri come il Paradiso terrestre che porgeva s copiosa materia allo spirito creator di leggende, dovesse porgerne una egualmente copiosa alle menti dei primi interpreti delle scritture e dei teologi. Dir in brevi parole quello che la fantasia di dieci generazioni di esegeti escogit circa alla natura e alla situazione del Paradiso terrestre, non sarebbe per nessun modo possibile. Le ipotesi soperchiarono le ipotesi, le immaginazioni rincalzarono le immaginazioni. Alcuni, come Origene, Filone e Sant'Agostino, pensarono che il Paradiso terrestre si dovesse intendere come pura allegoria, e non come cosa reale(27). Altri, e furono incomparabilmente i pi numerosi, ammisero l'esistenza reale, ma non poterono accordarsi sul luogo(28). E chi, come Sulpizio Severo e Cosma Indicopleuste, lo mise fuori del mondo conosciuto e abitato dagli uomini(29), e chi, come Efrem Siro, penso che cingesse tutto intorno la terra(30), per tacere della pi tarda opinione di Vadiano Sangallense, il quale credette che tutta la faccia della terra ne fosse stata occupata(31). San Basilio e San Gregorio lo posero sotto l'equatore, ed altri lo rincacciarono sotto il polo artico. I pi lo cercarono nelle varie province dell'Asia, ma molti ancora in Europa e nell'Africa, e poi, scoperta l'America, anche col, primo fra tutti il medesimo Colombo(32). Taluno lo pose sotterra, dove l'uniforme credenza dei popoli mise l'inferno, e tal altro nell'orbe della luna, dove la moderna osservazione non altro iscopre che lave indurate e cacumi ignudi d'antichi vulcani. Il Tostato lo sollevava nella terza regione dell'aria sopra un monte non sommerso dal diluvio, e sapeva dire appuntino com'esso avesse tre o quattro leghe di diametro e circa dodici di circonferenza(33).
Ma a che moltiplicar gli esempii di tali sogni?(34) La scienza moderna non sa che farsene; ma non per si risolve a credere che il maraviglioso paese dell'Eden non sia stato altro che una mera concezione fantastica. Studii recenti sulle origini remote dei popoli storici han lasciato scorgere come una convergenza ed una, almeno parziale, sovrapposizione topografica delle tradizioni paradisiache sparse fra le genti della doppia famiglia ario-semitica; e una opinione ha finito per generalizzarsi fra gli eruditi, cio a dire che quelle tradizioni facciano capo all'era di una prima e ancora indivisa famiglia umana, e sien lontane e diversificate reminiscenze di una patria comune. Questa comune patria di una parte non picciola del genere umano, per quel che l'indagine storica e filologica ha dimostrato,  compresa nell'altipiano del Tibet, o in regione a quello adjacente, e quivi intorno pertanto  da cercare il fecondo paese la cui ricordanza, fusa nel sentimento religioso, diede origine alla tradizione paradisiaca(35). Se non che le alterazioni d'ogni maniera che quella ricordanza peregrinante con le genti emigratrici doveva di necessit patire, sia per ragione dello spostamento che promuove nei miti sostituzioni singolarissime degli elementi costitutivi, sia per ragione delle accessioni fantastiche d'ogni maniera che in processo di tempo si aggiungono al tema tradizionale primitivo e lo tramutano pi o meno nell'aspetto, e' non  punto agevole sciogliere tutti i dubbii e venire ad una identificazione sicura; e per si veggono insigni orientalisti ed esegeti, come l'Ewald, il Knobel, il Delitzsch, il Gesenius, il Bertheau, il Lassen, il Renan, il Lenormant, lo Spiegel, accordarsi circa le determinazioni generali, ma discordare pi o meno nelle particolarit(36).
Trascorro su molt'altre erudite e teologiche fantasie intorno alla portentosa natura dello bdellium, intorno alla lingua parlata nel Paradiso, intorno alla creazione di questo, intorno alla natura del peccato commesso dai primi parenti, intorno alla durata del tempo passato da costoro nel delizioso giardino. Su quest'ultimo punto baster di far osservare soltanto che Cedreno lo stimava a un secolo, e Pietro Comestore a non pi che sei ore(37).
Lascio, ripeto, le teologiche fantasie, e torno alle leggende, di cui solo  proposito mio di discorrere. Queste leggende sono numerose, e, quanto a natura, notabilmente diverse; ma, quanto a forma, simili molto le une alle altre, giacch tutte, e necessariamente, prendon quella di un viaggio, da varie persone, in varie condizioni intrapreso, a fine di ricercare il Paradiso terrestre e di penetrarvi. Ma il motivo di tal peregrinazione non  sempre lo stesso, ed anzi la diversit del motivo pu porgere il principio della distinzione delle varie leggende e dell'aggruppamento loro in singole classi. A parer mio queste classi potrebbero essere quattro. La prima avrebbe a comprendere le leggende nate da raccostamento di termini gi contenuti in una tradizione comune, da integrazione di un tema leggendario preesistente; la seconda, le leggende nate da pura devozione e da schietto spirito di ascetismo; in queste il Paradiso  objetto principale e non collaterale come in quelle della prima classe; la classe terza comprenderebbe le leggende nate da uno spirito inquieto e curioso di esplorazione, lo spirito che spinse in ogni tempo gli uomini a varcare gli angusti confini della terra nativa per addentrarsi in regioni nuove ed ignote, lo spirito che fece girare a Vasco de Gama il capo delle Tempeste, che condusse Colombo a scoprire l'America, che ogni anno, tuttora, getta gli esploratori temerarii sin nel cuore dell'Africa, sin nei mari gelati del polo; la quarta classe finalmente sarebbe formata delle leggende nate dalla febbre della conquista dallo spirito venturiero della cavalleria. Non pu essere intendimento mio di trattar per disteso della materia in queste quattro classi raccolta: bisogna che di alcuna leggenda, illustrativa di ciascuna singola classe, io mi contenti di far brevemente parola.
E comincio da quella di Set, figliuolo di Adamo. Essa fu durante tutto il medio evo estremamente diffusa, ed  pervenuta sino a noi, conservata in tutte le lingue, in manoscritti innumerevoli. Questa universalit fu cagione che il tema primitivo perdesse della sua unit e desse origine a molte diverse versioni che possono essere utilmente comparate fra loro. Io debbo ritrarne i soli lineamenti principali.
Adamo ha vissuto gi nove secoli. Egli ha vissuto piangendo, soffrendo e pregando, ed ha, moralmente, espiata la colpa; ma le conseguenze fisiche della colpa non sono reparabili; Adamo giace sul suo letto di morte. Intorno a lui Eva, la prima colpevole, madre dolorosa di doloroso lignaggio, e Set suo figliuolo, e i figli dei figli, stanno raccolti, muti, atterriti, n sanno, in tanta novit di caso, come adoprarsi. Adamo ricorda la promessa di redenzione fattagli da Dio dopo la penitenza. Egli vorrebbe rammentarla al suo giudice; ma son molti e molti secoli che Dio si  occultato alla vista degli uomini, che gli angeli suoi han disertato la costoro dimora, e che non v' pi comunicazione fra la terra ed il cielo. Solo una via rimane. Adamo ha pi e pi volte veduto il cherubino con in pugno la spada fiammeggiante stare immobile a guardia della vietata porta del Paradiso; egli chiama Set e gli ordina di recarsi dall'angelo a domandare il compimento della promessa divina. Set si pone in cammino; l'orme segnate dai colpevoli genitori quando si allontanarono dal luogo di beatitudine, sono ancora impresse sul suolo e gli traccian la via. L'erba non v' mai pi cresciuta. Egli perviene alla porta del Paradiso ed espone il suo messaggio; l'angelo l'accoglie senza sdegno, e lo introduce nella patria perduta. Quivi tutto s'abbella e ride d'eterna giovinezza, come nei giorni d'innocenza. Set, ammirando e piangendo, cammina traverso a quelle delizie immortali, e, condotto dall'angelo, giunge al pi dell'albero fatale, i cui rami son tutti ancora gravi di frutta(38). Da uno di quelli l'angelo cava tre semi, e datili a Set, gl'ingiunge di porli in bocca al padre dopo che quegli sia morto, e di seppellirlo con quelli insieme; poscia, ricondottolo sino alla porta, lo accomiata. Quando Set  di ritorno fra' suoi, trova Adamo spirato. Egli adempie al precetto dell'angelo, poscia la dolorosa figliolanza d sepoltura a colui che primo aveva chiamato la morte nel mondo(39). La storia dell'umanit segue il suo corso. Secoli s'aggiungono a secoli, generazioni a generazioni; il male cresce ed incalza sulla terra. Ma fuor della bocca d'Adamo, da que' tre semi che la mano di Set v'aveva posti, vien fuori un virgulto maraviglioso, che lentamente cresce e si fa albero, e a' tempi di Salomone s'alza gigante presso a Gerusalemme. L'albero ha molte e strane vicende su cui non posso fermarmi; tagliato, convertito in ponte, gettato in una piscina, esso dura sino ai tempi d'Augusto, e il giorno in cui fu stretto sul Calvario il patto cruento della nuova alleanza, porse il legno di cui fu fatta la croce(40).
Questa leggenda, a cui potrebbe fare accompagnatura l'altra di Jonico, figliuolo di No, risulta da un certo accozzamento di termini fluttuanti nella tradizione, e il Paradiso terrestre vi tien solo un luogo accessorio. Delle leggende pertinenti alla seconda classe, e nate da spirito di devozione e di ascetismo, pu porgere esempio quella che va sotto il titolo di Viaggio di tre monaci al Paradiso terrestre. Questa leggenda, di cui ora mi fermo a dir qualche cosa, pare sia stata specialmente diffusa in Italia(41).
Sulle rive dell'Eufrate  un cenobio abitato da uomini di santa vita. Tre di questi, sedendo un giorno sulla riva del fiume, veggon venir gi con la corrente un ramo d'albero ch'aveva le foglie d'oro e d'argento. Lo traggon fuori dell' acqua, e mentre lo contemplano pieni di maraviglia e di gioja, senton nascersi in cuore un desiderio ardentissimo d'andarne sin l, all'incantato paese, d'onde quel ramo  venuto. E subito, accordatisi in un comune proposito, senza dir nulla a persona, si dilungano dal convento, e camminando lungo la ripa del fiume, ch' un de' quattro del Paradiso, si pongono in viaggio. Giungono, dopo lunga peregrinazione, alla famosa porta custodita dall'angelo, e domandato e ottenuto di varcarne la sacra soglia, s'aggiran fra l'ombre e le delizie del giardino immortale(42). La descrizione che se ne fa mostra di qual natura fosse lo spirito che generava la leggenda; essa  fortemente improntata dei caratteri dell'estasi. Il linguaggio degli uomini non ha parole acconce ad esprimere la novit e la bellezza delle cose che si presentano allo sguardo attonito dei cenobiti, a significare la dolcezza che ne viene loro all'anima: quando si vuole dal narratore esprimere con la massima efficacia possibile la virt rapitrice di un maraviglioso spettacolo, o di un canto soave, si dice ch'ogni anima umana vi si sarebbe addormentata. Tutta la leggenda ha un non so che di vago e di fantasmatico da mostrarla conceputa in uno di quegli estatici esaltamenti della fantasia che si confondono col sogno. I monaci mangian di quelle frutta paradisiache, bevono di quell'acque dolcissime che rinnovan la giovinezza, e conversano co' due vecchiardi Enoc ed Elia delle cose del cielo. Credono d'essersi trattenuti nel Paradiso tre giorni, e sonvi stati invece tre secoli(43). Tornati al loro convento, che ancora sussiste, ma dove gi dieci generazioni di frati si son succedute, eglino, con l'ajuto de' vecchi libri memoriali che tuttavia si conservano, mostrano e comprovano la lor qualit, e narrata la storia mirabile del loro viaggio, in capo di quaranta giorni improvvisamente si dissolvono in cenere, e ascendono alla gloria del cielo.
Ma le leggende pi notabili a mio credere son quelle della terza classe, le quali nascono, come ho detto, da spirito di esplorazione. Ora queste leggende sembrano aver avuto a patria e a sede principale le coste settentrionali ed occidentali d'Europa, bagnate dai flutti tempestosi dell'Atlantico. Due ne abbiamo nate in quella Bretagna insulare e in quell'Ibernia cos mal nota agli antichi, e dove un famoso storico bizantino, Procopio, poneva, ai tempi dell'imperator Giustiniano, il soggiorno dei dannati(44). Prima che i Focesi ed i Samii sorpassassero con nuovo ardimento le colonne d'Ercole, l'Oceano immenso era alla fantasia degli antichi un mondo impenetrabile popolato di mostri. Varcato il passo gaditano e dileguate le tenebre favolose della notte cimmeria, si respinsero pi lontano, in fondo al misterioso orizzonte, gl'immaginati portenti, ma non venne meno in essi la fede. Durante il medio evo questa fede si rinvigor per nuovo alimento che trov nelle paurose immaginazioni circa il mondo di l onde eran piene le coscienze cristiane. Trasponetevi colla fantasia sulle rive occidentali dell'Irlanda e della Scozia, sotto un cielo severo e nebuloso. I cavalloni battono con violenza la spiaggia, l'acque agitate si stendono sino all'estremo confine del cielo.  un mondo sconosciuto che non si sa dove finisca, ma di cui pi e pi maraviglie si narrano. Su quei lidi abita una razza che porta nel sangue la smania della trasmigrazione, una razza d'onde uscirono forse, molti secoli prima che venisse al mondo il Colombo, i primi scopritori d'America(45). Da quei lidi pi d'un avido speculatore aveva creduto d'intravedere fra le nebbie dell' orizzonte i fantastici profili d'isole sconosciute(46); forse, chi sa? dal seno di quell'onde emergevano imperi maravigliosi; fors'era in esse da ricercare il regno dei dannati e il leggendario monte del Paradiso. Alcuni pi animosi si strinsero insieme, spinsero una nave nell'onde, sciolser le vele, e dopo aver errato alcun tempo alla ventura su quel pelago senza confini, tornati in patria, narrarono i sogni delle turbate lor menti. Da questi sogni, che in pieno rinascimento ponevano ancora s potente ostacolo alla temeraria navigazion del Colombo, traggon l'origine le due leggende a cui accennava test.
L'una ci fu conservata da Gotofredo da Viterbo, cappellano e notajo di tre imperatori nella seconda met del XII secolo. Costui fonda il suo racconto su certi atti apocrifi di San Matteo apostolo che non son quelli pervenuti insino a noi, e parla della esploratrice curiosit di alcuni frati che l in Bretagna, in sull'ultimo confine del mondo abitato, bandivano la fede di Cristo, e scrutavano la terra ed i mari, per poter far poscia riferimento delle cose vedute:

Qui marium fines scrutantur et ultima terrae,
Ut valeant populis post tempora longa referre
Quas ibi materies, quae loca mundus habet.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mira per Oceanum in multa videre volunt,
Vela vehunt validis erecta per aequora ventis(47).

Cento di questi frati in una volta si cacciano a navigar per l'Oceano. Corrono fra cielo ed acqua per tre anni, poi incontrano certe statue emergenti dai flutti, le quali col braccio teso additano loro la via(48). Arrivano a un monte odorosissimo, il quale, per rimembranza forse dell'aurifera terra d'Hevilat di cui si discorre nel Genesi,  tutto d'oro purissimo. In cima  una chiesa, d'oro anch'essa, tempestata di gemme sfolgoranti(49); sopra un altare prezioso  un'immagine di Maria col Bambino. Quel luogo  il Paradiso terrestre. I naviganti attoniti cercano in ogni parte se non vi sia uomo vivo, e finalmente in una celletta splendida e riposta scoprono due vecchioni di venerabile aspetto, con barbe e chiome lunghe e candidissime, Enoc ed Elia. Questi dicon loro come in quel sito sia variata la ragione del tempo, come al tornare che faranno in patria troverannosi vecchi e vedran mutate le generazioni e tutt'altra la condizion delle cose. In questa particolarit dell'alterazione del tempo ci siam gi incontrati nella leggenda de' tre monaci riferita poc'anzi. Per ingiunzione de' profeti si celebra una messa, e poi seguita una generale comunione(50). I naviganti si partono e rifanno in cinque giorni la via in cui la prima volta speser pi anni; ma tornati in patria, non vi trovano pi nulla di quanto lasciarono. La lor chiesa  scomparsa, scomparsa  ancora la citt, e ad un nuovo popolo, nuovo re d legge novella. L'assenza loro dur trecent'anni. Un caso simile occorse, come sapete, ai Sette Dormienti, di cui tanto favoleggi il medio evo, e che il geografo arabico Edrs afferma con tutta seriet aver veduto egli stesso giacer morti nella loro famosa spelonca(51).
Nella leggenda dt San Brandano(52), divulgatissima nel medio evo, il racconto  pi variato, e la navigazione s'empie di strane avventure, che alcuna volta richiamano alla memoria i viaggi maravigliosi di Sindbad nelle Mille ed una notte. San Brandano  tormentato da un desiderio vivissimo di vedere il Paradiso terrestre. Infervorato dal racconto di certi naviganti, egli si risolve d'esplorare l'Oceano, e raccolti quattordici compagni, si prepara col digiuno e la preghiera alla difficile impresa. S'imbarcano, e dopo lunga navigazione giungono a un'isola, dov' un castello magnifico, provveduto di quanto fa mestieri a lauta vita, ma disabitato. Di castelli s fatti non fu penuria di poi nei romanzi di cavalleria; e si noti che la leggenda di San Brandano si scontra gi nel secolo XI, se non pure nel IX, come taluno pretende(53). Le avventure e le maraviglie si moltiplicano. I naviganti giungono ad un'altr'isola tutta popolata di pecore(54), poscia scambiano per un'isola un mostro marino che si tiene a fior d'acqua e vi calano sopra(55). Pi oltre trovano un'isola popolata di uccelli, i quali sono angeli scaduti e mutati in quella forma(56). Durante tutto questo tempo messi celesti vanno e vengono, e provveggono il necessario alla vita. La navigazione si fa sempre pi travagliosa. Ecco un'isola dove un abate co' suoi monaci mena beatissima vita, e che segna in certo qual modo il confine del mondo umano. Da quel punto comincia una specie di mondo soprannaturale. Mostri orrendi combatton nell'onde, draghi e griffoni volan per l'aria. In un'isola spaventosa ed ignivoma demonii in figura di fabbri ferrai martellan sulle incudini l'anime arroventate; solo, incatenato sopra uno scoglio, si mostra Giuda, cui la vindice fantasia popolare perseguita inesorabilmente per mare e per terra, e sin gi nel profondo d'Inferno(57). Dopo ci i naviganti arrivano al Paradiso terrestre, di cui si descrivono le delizie. In questa leggenda un intendimento etico che meglio assai si rivela nella storia di San Macario, di cui far cenno, e che campeggia nella Divina Commedia, comincia a farsi manifesto, l'intendimento cio della purificazione, significato in parte nei travagli della navigazione, e nella visita dei luoghi terribili dove espiano i peccatori le colpe loro. Cos Dante, per poter giungere al giardino del Paradiso, dove si riconcilia con Beatrice e con Dio, bisogna che scenda prima gi nell'abisso d'Inferno e salga poscia il monte del Purgatorio, espiando le colpe proprie con la vista terribile delle pene altrui. Questo intendimento etico, in una delle versioni della leggenda, si fa pi manifesto per una curiosa particolarit che vi si trova: l'albero della nave che conduce San Brandano e i suoi compagni  fatto col tronco dell'albero della vita(58).
Tra le leggende della quarta classe la pi notevole  quella antichissima di Alessandro Magno, di cui si trovano gli elementi nel libro Tamid del Talmud. Voi sapete che le portentose conquiste di Alessandro nell'Asia diedero origine a tutto un ordine copiosissimo di leggende che si allargarono dall'India all'Islanda. Queste storie fantastiche s'avevano in conto di verit sacrosante: si raccontava la discesa dell'eroe nel fondo del mare, il suo viaggio aereo, le sue strane avventure in regioni ignote ai mortali, popolate di mostri; si mostravano in Asia le due colonne da lui piantate per segnare i limiti del mondo esplorato, e per far riscontro alle colonne d'Ercole. Tali leggende, nate in parte nei tempi che prossimamente seguirono la morte del gran guerriero, e gi cominciate a raccogliere da scrittori greci e latini, si moltiplicarono nel medio evo e diedero argomento a tutta una serie di poemi e di romanzi. La leggenda particolare di cui voglio far parola narra di una spedizione di Alessandro Magno al Paradiso terrestre, e dalla tradizione giudaica, dove, secondo ho detto, par che si formi, si trasfonde in racconti latini ed in alcuni poemi del medio evo. Espongo brevemente il tema della leggenda, quale si trova in un racconto latino tratto da manoscritti del secolo XIII, e pubblicato or son vent'anni in Germania(59).
Alessandro, di ritorno dalla conquista dell'Indie, si ferma sulle rive del Gange. fiume da parecchi creduto uno dei quattro del Paradiso, e contemplando alcune foglie mirabili venute da quel santo luogo, esce in tale lamento: "Nulla io feci nel mondo, e nulla stimo la gloria mia se di tali delizie non godo". E subito, raccolti cinquecento seguaci, salita una gran nave, si mette a navigare su per il fiume. In capo a trentaquattro giorni ecco si mostra loro una gran citt, le cui mura tutte coperte di musco non lasciavano scorgere adito alcuno, e parevan essere di molta antichit. Per tre giorni cercan gli esploratori tutto all'ingiro, e finalmente scoprono una postierla angusta e sbarrata. Alessandro manda i suoi messi ad intimar l'obbedienza, a domandar tributo. Al picchiar di costoro uno di dentro apre l'usciolo, e alle parole minacciose e superbe risponde con voce blanda e tranquilla l'aspettino alquanto finch'ei ritorni. Va e torna, recando una gemma di singolare qualit e bellezza, e dice loro la dieno al lor re, perch conosciutane la natura, tosto smetter ogni ambizioso pensiero. Alessandro, veduta la gemma, udita la risposta, incontanente si parte e ritorna alle sue genti, con le quali insieme poscia se ne viene a Susa. Quivi un vecchio Ebreo gli fa vedere la virt della gemma e gliene svela il misterioso simbolico significato. La gemma, messa in una bilancia, vince di peso qual maggior copia d'oro le si possa porre a riscontro, ma coperta di un pizzico di polvere, si fa pi leggiera di una piuma. Stupisce Alessandro, e l'Ebreo gli dice: "Questa gemma  immagine dell'occhio umano che vivo di nulla cosa si appaga, morto e coperto di terra pi nulla cosa vagheggia". Alessandro intende l'ammaestramento, e represso ogni ambizioso affetto, e licenziati i compagni d'arme, si ritrae in Babilonia, dove dal tradimento  troncata la gloriosa sua vita(60).
Per ultimo sia ricordata la leggenda di San Macario, santo fantastico che i Bollandisti credono non abbia mai esistito in rerum natura, e che per pu mettersi in riga con quel santo Igitur e con quel santissimo Nessuno di certe parodie agiografiche del medio evo(61). In questa leggenda, che debb'essere di origine greca, si trovano mescolati vani e disparati elementi, per modo che non si pu farla acconciamente rientrare in nessuna delle quattro classi da me distinte, mentre a ciascuna di quelle appartiene per qualche parte. Vi si trovano non pochi elementi derivati dalla leggenda di Alessandro Magno e delle sue avventure nell'Asia(62) ed altri provenienti da varie immaginazioni cos dell'Oriente come dell'Occidente(63).
Tre frati, abitatori di un convento fra il Tigri e l'Eufrate, risolvono un giorno d'andare sin l dove la terra si congiunge col cielo. Passano prima per Gerusalemme, dove adorano il Sepolcro, poi traversan la Persia, ed entrano nell'India. Incontrano i mostruosi Cinocefali, poi i Pichiti, alti un cubito; passano la terra dei serpenti, descritta nelle Mille e una notte; passano, la regione delle tenebre, come Alessandro(64), e trovano l'abside eretta da quel gran conquistatore a segnare il termine delle sue peregrinazioni. Vivon la pi parte del tempo miracolosamente senza cibo, e, proseguendo il viaggio, trovano un lago pieno d'anime dannate(65), un gigante di cento cubiti incatenato sopra un monte, una donna avvolta da un drago, altri dannati in forma di uccelli parlanti, simili a quelli trovati da San Brandano, quattro vecchi coronati e armati di spade che custodiscono la via, una chiesa maravigliosa, un popolo di nani. A venti miglia dal Paradiso terrestre incontrano Macario, giunto all'estremo confine della vecchiezza, con lunga capigliatura bianca che gli copre tutta la persona, e vivente in compagnia di due leoni in una caverna. Macario racconta loro la sua romantica storia: come per sottrarsi a certe nozze e per mantener castit fosse fuggito da Roma sua patria, come fosse capitato in quel deserto, come il diavolo l'avesse tratto in un'insidia, come, con durissima penitenza, egli avesse scontato il suo errore. "Il Paradiso terrestre, dic'egli ai monaci,  qua presso, ma non  conceduto a creatura umana di penetrarvi". I monaci si dipartono dal santo anacoreta, e tornano al loro convento, facendo un buon tratto di via sotto la scorta de' due leoni che quegli ha dato loro per difensori.
Questa leggenda si distingue massimamente dall'altre per la particolarit che il Paradiso vi  rappresentato inaccessibile. Il geografo Ravennate, probabilmente gi nel X secolo, sostenne con molte ragioni l'opinione a cui la leggenda si conforma(66). Nei poemi cavallereschi per converso vi si entra con l'agevolezza che si addice ad eroi usi a volar per l'aria, a sprofondarsi nei mari, a penetrar nelle viscere della terra(67).
Le leggende e le immaginazioni nate intorno al Paradiso terrestre furono assai numerose, n potev'essere altrimenti se si pensa al luogo che doveva tenere nella memoria delle generazioni quella prima dimora degli uomini dove s'erano scontrati tutti in un punto i reluttanti fattori della storia, l'amor del piacere, l'amor della scienza, il desiderio di potest, la legge e la ribellione, la virt e la colpa, la vita e la morte(68). Il rinascimento non giunse a dissiparle tutte, e sino in questa nostra et ne dura come un lontano e fantastico riflesso.
Fausto, l'inquieto ed insaziabile scrutatore delle cose, figura e simbolo dell'et moderna, dopo aver corso in compagnia di Satana tutta la faccia della terra, dopo aver penetrato gli abissi, giunge secondo il popolare racconto, alle fatali giogaje del Caucaso, e vede, da lungi, fiammeggiare la spada dell'angelico guardiano del Paradiso(69). Nel bel mezzo del secolo XVII un poeta sovrano, Giovanni Milton, consacra all'Eden perduto un poema immortale; quasi a' d nostri, dopo i grandi sconvolgimenti che hanno irrepugnabilmente mutata la condizione del mondo, un poeta maggiore di lui cede al fascino della prestigiosa leggenda, e alla invecchiata e stanca umanit rammenta le poetiche origini, la patria perduta, il primo sangue versato. Gi vi ricorre alla mente, prima ch'io il nomini, il Caino del Byron(70).
E cos la poesia perpetuamente ringiovanisce il passato: la poesia lo ringiovanisce, ma la scienza lo intende e lo spiega, Le poetiche leggende e le immaginazioni nate come fiori di primavera sul suolo dell'Eden, non sono se non parte di un pi vasto mondo fantastico, mondo insieme dell'errore e della idealit. Il mito ario antichissimo rappresenta la sempre verde natura in figura di un albero immenso che nelle sue radici chiude la terra e si spande coi rami e con le fronde a formar la volta dei cieli(71). In simile modo la leggenda, come una pianta smisurata, si leva su dalla terra e sparge per la vastit del creato i suoi rami tutti dipinti e odorosi di fiori di poesa. Gli  un albero che parla, come gli alberi del sole e della luna veduti da Alessandro Magno nell'Asia. Per certo le sue parole sono menzogne, ma il vero  una legge di natura, e per non so quale arcano ordinamento di cose ogni menzogna diventa simbolo e si fa rivelatrice di una verit pi riposta. Porgiamo ascolto alla voce della leggenda, e senz'alcun dubbio ci verr fatto d'intender meglio la natura di quella maravigliosa potest che si chiama lo spirito umano, e i processi di quella sua grande e laboriosa funzione che si addimanda la storia.

FINE.


CORREZIONE:

N. 29, p. 62: Della navigazione oceanica di Ulisse, di cui parla Claudiano, si trova gi fatta menzione in SOLINO. Polyhistor, XXII, 1.
(1) Che parecchi miti del Genesi abbiano stretta relazione con miti paralleli indo-germanici  ora opinione pressoch comune degli eruditi. Cf. SPIEGEL, Ernische Altherthumskunde, Lipsia, 1871, v. I, p. 468, e BRAL, Hercule et Cacus in Mlanges de Mythologie et de Linguistique, Parigi, 1878, p. 123 e segg.
(2) LASSEN, Zeitschrift fr die Kunde des Morgenlandes, v. II, p. 62.
(3) L'oro ha grande affinit mitica con la luce, col sole, con la felicit, come ben sanno gl'indagatori delle antichissime mitologe. Per l'et dell'oro  l'et felice. La immaginazione del Paradiso terrestre,  strettamente connessa con quella dell'et aurea o saturnia.
(4) Cf. DE GUBERNATIS, Letture sopra la mitologia vedica, Firenze, 1874, p. 127.
(5) Pindaro (Olimpiche, 2, 68), fa dell'Eliso una pittura che potrebbe convenir benissimo al Paradiso terrestre. Tertulliano, nell'Apologetico, sostiene altro non essere le favole dei gentili che alterazioni delle verit primitive, e fa del Paradiso terrestre il prototipo dell'Eliso. Nel l. I, c. 9 del trattato De judicio Domini, descrivendo le delizie del Paradiso terrestre, fa derivare da Elia il nome di Eliso. Cf. le parole che Dante mette in bocca a Matelda, Purgatorio, XXVIII, v. 139-141:
 Quelli che anticamente poetaro
L'et dell'oro e suo stato felice,
Forse in Parnaso esto loco sognaro.
(6) Un albero maraviglioso con le poma d'oro, il quale molto somiglia all'albero della vita e alI'Haoma, era nel giardino pieno di tutte le delizie. Queste poma son d'una specie con quelle del mito settentrionale d'Iduna. Cf. PRELLER, Griechische Mythologie, IIa ed., Berlino, 1860-61, v. I, p. 438, e RASZMANN, Die deutsche Heldensage und ihre Heimat, Annover, 1857-58, v. I, p. 55. Gli  vero che Atlante appartiene in origine al ciclo mitico dell'acqua, il che pare discosti la immaginazione dell'orto delle Esperidi da quella del Paradiso terrestre, ove gli elementi solari son facili a rintracciare; ma si vuole osservare che il mito eliaco s'appalesa chiaramente nelle poma d'oro, e che il sole fu spesso nel mito concepito come una fonte.
(7) L'isola '?p??s?t?? una delle sei Insulae Fortunatae, a????? ??s?? (oggi Canarie), famose appo gli antichi, e credute asilo dell'anime beate. V. Plauto, Trinumus, a. Il, sc. IV, v. 148. Le altre cinque si chiamavano Pluvialia o Pluitana, Junonis insula, Casperia o Capraria, Pintuaria o Nivaria, Canaria o Planaria. Molto si favoleggi di quest'isole nel medio evo, e fu creduto da molti che ivi fosse il Paradiso terrestre. V. p. e. Rabano Mauro (788-856), De Universo, l. XII, c. 5, De Insulis. Alle isole Fortunate del Mar Verde (Atlantico) facevano riscontro le isole Saili del Mar di pece, o regione orientale del Mar Tenebroso. Tre di quest'isole portavano il nome di Sel. Chi vi approdava invaghivasi per modo dell'incantevol soggiorno che dimenticava il resto del mondo. V. SHEMS ED-DN ABU-'ABDALLAH (1256-1331), Nokhbet eddahr, ecc., tr. A. F. Mehren, Copenaghen, 1874, p. 171-172.
(8) LENORMANT, Essai de commentaire des fragments cosmogoniques de Brose, Parigi, 1871, p. 300-21. Nei bassorilievi assiro-caldei si trova rappresentato un albero che pare avere stretta attinenza con gli alberi edenici. La stessa figura serve a rappresentare l'Haoma. V. la dottrina caldaica della creazione e della caduta dell'uomo in SMITH, Chaldean account of Genesis, Londra, 1875, c. V. Un cilindro babilonico che si conserva nel Museo Britannico, rappresenta due figure sedute presso a un albero, e in atteggiamento di cogliere ciascuna un frutto. Dietro all'una di esse, che parrebbe figura muliebre, si drizza un serpente.
(9) GRIMM, Deutsche Mythologie, IVa ed., Berlino, 1875-78, v. Il, p. 686.
(10) Il GOLDZIEHER, Der Mythos bei den Hebrern, Lipsia, 1876, p. 255, sostiene che dm vuol dire il Rosso, e pone Eva a riscontro di Chaww. A proposito del nome Pirra conf. FICK, Die griechischen Personennamen, Gottinga, 1875, p. 75.
 Adar (Ninip)  deit assira che mostra di avere pi d'una somiglianza con Adamo. Adar, secondo vuole si legga il Lenormant, op. c., p. 106-107, pare abbia significato in origine il fuoco. Un altro nome di Adar  Ura, che pare significhi il Generatore, e un terzo nome  Samdan, il Possente.
(11) Cf. SPIEGEL, op. c, v. I, p. 464, e WINDISCHMANN, Zoroastrische Studien, Berlino, 1863, p. 165-177. L'albero della vita e l'albero della scienza si confondono nell'albero del Budda (bodhitaru, bodhidruma, bodhivriksha). V. DE GUBERNATIS, La mythologie des plantes, v. I, Parigi, 1878, p. 79 e segg.
(12) A dare un'idea di s fatta poesia non credo fuor di luogo recare un passo di Mario Vittore, Commentarii in Genesim, 1. I:
 Eoos aperit felix qua terra recessus
 Editiore globo, nemoris Paradisus amni
 Panditur, et teretis distinguitur ordine silv.
 Hic ubi jam spatiis limes discernitur quis
 Solis, et aeternum paribus ver temperat horis,
 Illic quque suis dives stat fructibus arbor,
 Pomaque succiduis pelluntur mitia pomis,
 Qu jucunda epulis, et miri plena vigoris,
 Membra animosque fovent, pascuntque sapore et odore.
 Sidereos hic terra vibrat distincta colores
 Semper flore novo frondens, fructuque recenti.
 Hic fragiles solvunt calamos, animata vigore
 Muneris ambrosii, spirantia cinnama odores.
 Sed nec quod Medus redolet, vel crine soluto
 Fragrat Achaemenius, quod molli dives amomo
 Assyrius, messisque rubens Mareotica nardo,
 Quod Tartessiaci frutices, quod virga Sabi,
 Quodque Palestinus lacera flet vulnera ramus,
 Omnia certatim hunc congesta putabis in hortum.
 Namque huc cuncta Deus pariter qu singula certis
 Accepit natura locis, conferta regessit:
 Motaque dum levi vibrat nemus aura meatu,
 Unum ex diverso nectar permiscit odore,
 Fitque novum munus, sibi nulla quod asserat arbor,
 Quaque tremens blando sensim jactata fragore
 Commotis trepidat foliis, sonat arbore cuncta
 Hymnum sylva Deo, modulataque sibilat aura
 Carmina, nec vacuus vanum quatit ara motus.
 Continua, chiamando pi oltre il paradiso col nome di Tempe, e passa quindi a descrivere la miserrima condizione dei primi parenti sulla terra, allargandosi molto dal racconto biblico. Mario Vittore  del V secolo e dell'ultima decadenza; ma tuttoch in una Epistola de perversis su tatis moribus ad Salmonem abbatem rimproveri, specialmente alle donne, di posporre Salomone e Paolo a Virgilio, ad Ovidio, ad Orazio, a Terenzio, i suoi versi son tutti pieni di reminiscenze classiche (Cf. GENNADIUS, De viris illustribus, c. LX). Proba Falconia, con versi di Virgilio, aveva gi fatto un centone in cui son compendiati il Vecchio e il Nuovo Testamento. Un metrum in Genesim, anch'esso del V secolo, e attribuito ad Ilario d'Arles, prende a modello il primo libro delle Metamorfosi (V. EBERT, Geschichte der christlich-lateinischen Literaturt Lipsia, 1874, p. 352). Pi altri poemi di argomento biblico latini si ebbero in quel secolo e nei successivi, di cui si trova notizia in LEYSER, Historia poetarum et poematum medii vi, e in CAVE Scriptorum eccles. hist. liter. a Christo nato usque ad sc. XIV. Nel medio evo sono comunissimi le Bibbie istoriali e le Bibbie in versi.
(13) Poematum, l. II, De cruce Domini:
De parentis protoplasti fraude facta condolens,
Quando pomi noxialis morsu in mortem corruit,
Ipse lignum tunc notavit damna ligni ut solveret.
(14) Secondo una leggenda musulmana Dio crea l'uomo con la terra che gli angeli recano dai quattro punti cardinali (WEIL, Biblische Legende der Muselmnner, Francoforte sul Meno, 1845, p. 12). Nel Bundehesh  detto che Auramazda impieg settantacinque giorni a formar l'uomo. 
Secondo uno strano racconto francese che pretende di fondarsi sull'autorit di una rivelazione di Metodio gl'ingredienti di cui Dio si serv per formar l'uomo furono: limo, acqua marina, sole, nuvole, vento, pietra, spirito santo, luce cosmica. Il nome Adam fu messo insieme da quattro angeli con le lettere iniziali dei nomi di quattro stelle (PARIS, Manuscrits franois, v. IV, p. 207). Ma nelle Revelationes, falsamente attribuite a Metodio, nulla si trova di ci. Che l'uomo e il Paradiso terrestre fossero fattura di Satana credettero parecchie stte di eretici, tra cui quella dei Catari. Vedi il libro apocrifo di S. Giovanni, p. d. BENOIST, Histoire des Albigeois, t. I, p. 283-296.
(15) Suida fa Adamo istitutore di tutte le scienze e di tutte le arti. Per contrario Mose Maimonide credeva che Adamo fosse stato uno stolto infino a che ebbe gustato il frutto proibito. I Cabbalisti lo fecero ammaestrare dagli angeli. Secondo una leggenda arabica, ad Adamo, penitente dopo il peccato, Dio avrebbe donato un libro della scienza universa.
(16) L'opinione che Adamo avesse lucido il corpo pu aver tratto origine da quelle parole dell'Evangelo di Matteo, 13, 43: Fulgebunt iusti sicut sol in regno Patris eorum. Di una parziale miracolosa lucidit apparsa nel corpo di un sant'uomo parla Cesario d'Heisterbach, Dialogus Miraculorum, dist. XII, c. LIV, Anche il Yima della mitologia indiana  rappresentato luminoso e raggiante. Yima si lascia tentare dalla sorella Yama come Adamo da Eva.
(17) Cos secondo il Talmud e la leggenda musulmana di gi citata. I talmudisti immaginarono di Adamo cose stravagantissime: che avesse due volti, che fosse caudato, che fosse maschio dinnanzi e femmina di dietro prima della creazione di Eva, che generasse demonii, che si congiungesse con le fiere. V. BARTOLOCCI, Bibliotheca magna rabbinica, parte III, p. 395 e segg., e 466; BUXTORF, Lexikon talmudicum. Stravaganze di poco minori dissero teologi ed esegeti cristiani, anche moderni, di cui nel Codex pseudoepigraphus del Fabricio.
(18) Questa leggenda  del Corano, e si trova anche nella Cronaca di Tabari, trad. d'Hermann Zotemberg, v. I, p- 77.
(19) Una leggenda di natura satirica, dovuta forse alla fantasia di un trovero, narra che, prima d'Eva, Dio aveva dato ad Adamo una compagna assai pi perfetta, ma che Adamo, ingelositosi della superiorit di lei, la uccise, dopo di che Dio, per punirlo, diedegli Eva che lo trasse al peccato. V. una finzione pressoch eguale a questa, riferita dal PARIS, op. c., V. IV, p. 27-28.
(20) Nell'Erubim si legge che Adamo fece penitenza lo spazio di 130 anni. Secondo una leggenda riportata da Tabari nella sua Cronaca, ed. cit., le lagrime con cui pianse Adamo il suo fallo piovvero sull'isola di Serendib e fecero nascere le piante medicinali. I Musulmani pongono l'Eden in cielo. In una preghiera che si trova nel Chevalier au Cygne,  detto:

 Sire Dieux qui fesis mer sale
 Et le ciel et le tierre, crature fourme,
 Et Adam  qui fu la pume deve,
 Eve l'en lisi mengier, qui mal fu enorte,
 S'en fu bien Vm ans en prison enfreme.
 (v. 1771-1775).

 Qui non si tratta di una leggenda speciale come opina il Reiffenberg nella Introduzione, p. XCV, XCVI, ma si allude solo alla dimora di Eva nel limbo sino alla venuta di Ges Cristo; La storiella inserita nel Roman du Renard, ed. Mon, v. I, v. 41-98,  una pura invenzione del poeta. La leggenda della penitenza di Adamo e di Eva si trova in testi innumerevoli, specie francesi. V. MOLAND, Origines littraires de la France, Parigi, 1862, p. 72 e segg. Una Vie Adam et Eve in prosa, trascritta nel 1576 da un Jehan Carton, si trova in un manoscritto della Biblioteca nazionale di Torino, segn. M, VI, 7. Un testo italiano pubblic il D'Ancona nella Scelta di curiosit letterarie, disp. 106.
(21) Marco Polo racconta che il sepolcro di Adamo si trova nell'Isola di Ceilan, sulla cima di un monte. "Seilan est une grant ysle ens con je voz ai devis en ceste livre en arieres. Or est voir que en ceste ysle a une montagne mout aut si degrat celes rocches, que nul hi puent monter sus se ne en ceste mainere que je voz dirai. Car  ceste montagne pendent maintes chaennes de fer, ordre en tel mainer que les homes hi puent monter sus par cel chaene jusque sus le montagne. Or voz di qe il dient que sus cel mont est le menument de Adan nostre primer pere, el Sarain dient que celui sepoucre est de Adan, et les idres dient qu'il est le moument de Sergamon Borcam.... Voyages de Marco Polo (probabilmente il testo originale) in Recueil de voyages et mmoires publi par la socit de gographie, Parigi, 1824, c. 178. Il seguito del racconto mostra che questo Sergamon non  altri che il Budda, il quale si trasforma poi nel Josafat della leggenda cristiana. La montagna di cui parla Marco Polo fu chiamala dagli Arabi Rahun, e ricevette dai Portoghesi il nome di Pico de Adam, col quale divenne famosissima. Del resto il sepolcro di Adamo fu posto in molti diversi luoghi. Saewulf, che viaggi in Terra Santa negli anni 1102 e 1103, lo pone in Ebron, insieme con quelli di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe. Una diversa tradizione lo mette, come  noto, sul Golgota, ed un'altra, propria dei cristiani d'Oriente, in una caverna, vicino al Paradiso terrestre. Anche i Musulmani hanno parecchie tradizioni intorno a ci, oltre a quella che pone il sepolcro sul monte di Serendib; e secondo alcuni Adamo sarebbe stato sepolto sul monte Ab-Cais, a tre miglia dalla Mecca, e secondo altri, ivi presso, sul monte Arafat, dove Adamo si ricongiunse ad Eva dopo centovent'anni di separazione (V. D'HERBELOT. Bibliothque Orientale, ed. di Parigi, in fol., MDCXCVII, p. 20, 122, 708, 806) Edrs, il quale scrisse il suo trattato geografico alla corte di Ruggero II di Sicilia nel 1154, riferisce anch'egli la leggenda del monte, da lui chiamato el-Rahuk. A suo dire, narrano i Bramani esservi sulla vetta del monte l'impronta del pi di Adamo lunga settanta cubiti e luminosa. Da quel punto, con un passo, Adamo giunse al mare che  lontano due o tre giornate (Trad. di Amedeo Jaubert, nel Recueil, ecc., v. II, p. 71). Qui Edrs confonde manifestamente Adamo con il Budda, di cui raccontano appunto i Bramani che, sollevandosi al cielo, lasci sul monte l'impronta del suo piede. La medesima confusione pare che facciano Lodovico Barthema e Odoardo Barbosa ap. RAMUSIO, Navigationi et Viaggi, v. I, f. 163 v. e 314 r. (V. KNOX, Historical relation of the island of Ceylan, IIa ed., Londra, 1817, p. 144). Una filza di scrittori che ricordano la leggenda si trova in FABRICIO, Cod. pseud., v. I, p. 30, v. II, p. 30-36. Sulla famosa impronta scrisse un'apposita dissertazione il capitano James Low, Transactions of the royal asiatic society of Great Britain and Ireland, v. III, 1835. Una descrizione del monte si trova nei Viaggi d'Ibn-Batuta, traduzione di Samuele Lee, Londra, 1829, p. 189-190.
(22) La credenza che Enoc ed Elia seno nel Paradiso terrestre  comune fra i Padri. IRENEO, Anth. Quaest. ad Orthod., qu. 85 e Adversus haereses, 1. V, c. 7; S. AGOSTINO, Contra Julianum; TERTULLIANO, De judicio Domini, e molt'altri. Secondo l'Evangelo di Nicodemo, c. 25, Enoc ed Elia ricevono i giusti nel paradiso (V. THYLO, Codex apocryphus, v. I, p. 749-765). Una leggenda rabbinica fa tornare Elia per uccidere Sammaele (EISENMENGER, Entdekte Judenthum, Knigsberg, 1711, v. II, p. 696, 851). Secondo alcune leggende germaniche, l'Anticristo uccide i due profeti ed  a sua volta ucciso dall'arcangelo Michele (GRIMM, Deutsche Mythologie, v. II. p. 676). Anche i Musulmani credono che il profeta Enoc (Khidhr), il Verdeggiante, l'Immortale, viva in un paradiso, d'onde far ritorno alla fine del mondo, e dove Elia gli  compagno. Enoc ed Elia sono  genii tutelari dei pellegrini, dei viaggiatori (GRSSE, Der Tanhuser und Evige Jude, Dresda, 1861, p. 75). Son poche le leggende del Paradiso terrestre dove non compaiano i due profeti;  cosa notevole che Dante non abbia tenuto conto della comune credenza.
(23) Alla popolare opinione che Giovanni non fosse mai morto, ma dimorasse con Enoc ed Elia nel Paradiso terrestre, avevano dato argomento quelle parole di Cristo risorto: Sic eum volo manere donec veniam (Giov.,XXI, 21, segg.; Matt., XVI, 28). Ognun sa qual uso abbia fatto di questa credenza l'Ariosto nel XXXIV dell'Orlando Furioso. Una diversa tradizione fa entrar Giovanni nella famiglia leggendaria dei Dormienti a cui appartengono Carlo Magno, Art, il Cid, Uggiero il Danese, Federico Barbarossa e molt'altri eroi. Il discepolo prediletto dorme in una caverna vicino ad Efeso, aspettando il ritorno del suo maestro e le ultime battaglie della fede. Gregorio di Tours racconta invece. De gloria martyrum, 1. I, c. XXX, che S. Giovanni si fece seppellir vivo, e che dal suo sepolcro scaturiva manna. Questa credenza era ancor diffusa nel secolo VIII.
(24) Cf. Enoc, c. 60, 8, 23. BEDA, nella Historia ecclesiastica gentis Anglorum, 1. V, c. 13, racconta uomo di Nortumbria, che, guidato da un angelo, visita in ispirito l'inferno e il purgatorio, poi giunge a prati fioriti, dove uomini vestiti di bianco aspettano il giudizio. Son l'anime di coloro che non poterono, ragione di qualche difetto, entrare immediatamente nel regno dei cieli.
(25) V. PIPER, Mythologie der christlichen Kunst, Weimar, 1847-1851, v. I, p. 446-471.  noto il poema De Phoenice che la tradizione attribuisce a Lattanzio. Alcimo Avito pone la Fenice nel Paradiso, Poematum, l. I, De initio mundi:
 Hic quae donari mentitur fama Sabaes
 Cinnama nascuntur, vivax quae colligit ales,
 Natali cum fine perit, nidoque perusta
 Succedens sibimet qusita morte resurgit:
 Nec contenta suo tantum semel ordine nasci
 Longa veternosi renovatur corporis tas,
 Incensamque levant exordia crebra senectam.

 Raccontano i Rabbini che tutti gli uccelli mangiarono insieme con Eva del frutto proibito, salvo la Fenice, che per rimase immortale (LEVI, Parabole, leggende e pensieri raccolti dai libri talmudici, Firenze, 1861, p. 218), Del mito della Fenice discorre per disteso I'HEINRICHSEN, Commentarius de Phoenicis fabula apud Graecos, Romanos et Orientales, Hauniae, 1826. La Fenice  un uccello solare (DE GUBERNATIS. Zoological Mythology, Londra, 1872,v. II, p. 200-201) e il suo mito naturalmente si ricongiunge al mito dell'et aurea e alla leggenda del Paradiso terrestre. A tener compagnia alla Fenice altre finzioni misero nel Paradiso il Pellicano, simbolo del Redentore. Degli uccelli cos detti del Paradiso, si fa menzione in parecchi trattati di storia naturale del medio evo.
(26) La Fontana di giovinezza  attratta nel Paradiso dall'albero della vita, da Enoc ed Elia, da San Giovanni, dalla Fenice. La fantasia ha la sua logica anch'essa, e gli elementi del mondo mitico van soggetti a certe leggi di attrazione e di affinit come gli elementi del mondo fisico. Quando sar conosciuta a fondo s fatta chimica le mitologie non avran pi secreti. La leggenda di un'acqua che aveva virt di ringiovanire era diffusissima nel medio evo in tutto l'Oriente e in tutto l'Occidente. Alessandro Magno l'aveva inutilmente cercata, e il racconto della sua spedizione si trova nell'Iskender-name di Nizami, nello Sci-name ili Firdusi e in alcuni poemi occidentali, come p. e. nel Roman d'Alixandre di Lambert li Tors e Alexandre de Bernay. In alcuni codici greci dello Pseudo-Callistene si narra che un cuoco di Alessandro, scopertala, ne bevve, e si mut in mostro marino, dov' manifestata reminiscenza del mito greco di Glauco (V. ETH, Alexanderszug zum Lebensquell im Lande der Finsterniss, negli Atti dell'Accademia di Monaco, 1871). Il profeta Khidhr la trov ancor egli, e avendone bevuto, divenne immortale. In una leggenda tartara si parla di un pino dalle foglie e dalla corteccia d'oro, il quale  tutto coperto di un'erba verde che ha virt di risuscitare. Al suo piede, nascosta nella terra, vi  una tazza d'acqua di vita (Schiefner, ap. Spiegel, op. c., v. I, p. 466). Di una fontana di giovinezza si parla nel romanzo greco d'Ismene e Ismenia (XII secolo). Huon de Bordeaux trova nel paese dell'almirante Gaudisse un ruscello che viene dal Paradiso e le cui acque hanno virt di ringiovanire:

 Ens ou vregiet l'amiral est entr;
 Dix ne fit arbre qui pust fruit porter
 Que il n'ust ens el vergi et plant.
 Une fontaine i cort par son canel;
 De paradis vient li ruis sans fauser,
 Il n'est nus hom qui est de mre ns,
 Qui tant soit vieus ne quenus ne mells,
 Que se il puet el ruis ses mains laver.
 Que lues ne soit meschins et bacelers.

 (Huon de Bordeaux, ed. del Guessard e del Grandmaison, Parigi, 1860, v. 5537-5545).
 Nel seguito del poema l'eroe giunge a trovare proprio la fontana. Nell'Arzigogolo del Lasca il personaggio principale crede di ringiovanire bevendo di certa acqua attinta a una fonte del Paradiso terrestre sul Caucaso. Notisi che Dante pone nel Paradiso terrestre i due ruscelli di Lete e di Euno, le cui acque procacciano in certo qual modo la vita eterna, non del corpo, ma dell'anima. Il Mandeville racconta nella stravagantissima relazione de' suoi viaggi che in un'isola, dalle parti dell'India, scaturisce una fonte che sa d'ogni maniera di spezie, e muta odore e sapore a ciascun'ora del d. Credesi che quell'acqua venga dal Paradiso. Chi ne beve par sempre giovane e va esente da malattie. Egli assicura d'averne bevuto e di sentirsi da quel tempo assai meglio. Qui la fonte non conferisce l'immortalit, e nemmeno, sembra, una vera giovinezza. GERVASIO DI TILBURY, Otia imperialia, XXXVIII, parla di una fonte che mirabilmente ristorava le forze: di una fonte che guariva dalla pazzia e dal furore, e ristorava le virt dell'anima ragiona GALFREDO MONEMUTENSE, Vita Merlini, v. 1136 e segg., ap. SAN MARTE, Die Sagen von Merlin, Halle, 1853.
 Intorno alla spedizione di Ponce de Leon in traccia della fontana di giovinezza v. NAVARRETE, Coleccion de los viages y descubrimientos que hicieron por mar los espaoles, v. III, p. 50. Del resto quella fontana fu posta or qua e or l, in luoghi strani e inaccessibili. Molti credettero che fosse nel paese del Prete Gianni (v. DENIS, Le Monde enchant, Parigi, 1843, p. 195); ma il paese del Prete Gianni era poco saldo sulle mappe, e chi lo poneva nell'Asia e chi nell'Africa (Sulla leggenda del Prete Gianni v. OPPERT, Der Presbyter Johannes in Sage una Geschichte, Berlino, 1864; e ZARNCKE, Der Presbyter Johannes, II Abhandlg., Lipsia, 1876). Al paese del Prete Gianni facevan riscontro cert'isole del mar ibernico dove gli uomini non morivano, ma quando volevano morire si facevano trasportare altrove.
 Finzioni analoghe non mancarono nell'antichit. Nel paradiso iranico scaturisce la fontana Ardvra, che  in tutto simile alla fontana di giovinezza. I Greci ponevano negli orti di Atlante i fonti dell'Ambrosia. L'a??t??  il cibo degl'immortali e corrisponde all'amrita degli Indiani. Secondo le dottrine bramaniche gli uomini che gustavano dell'amrita diventavano immortali; secondo una delle versioni della leggenda di Achille, Teti rese il figliuolo invulnerabile aspergendolo d'ambrosia e mettendolo poscia al fuoco. Nella composizione dell'amrita entrava, secondo il mito indiano, l'oro liquido; l'oro potabile del medio evo doveva procacciare l'immortalit. Bevande simili all'ambrosia si trovano anche nella mitologia germanica (GRIMM, op. e, v. I, p. 265-266).
(27) ORIGENE, De principiis, 1. IV, c. 2; FILONE, Alleg. Legis, l. I; SANT'AGOSTINO, De Genesi, I. VIII, c. 1. Cos' ancora IRENEO, Adversus hreses, l. V, c. 17; SANT'AMBROGIO, De Paradiso, ed altri parecchi.
(28) "On peut rduire les opinions des Pres de l'Eglise sur cet objet  deux principales: l'une qui plaait le Paradis terrestre dans notre terre habitable; l'autre qui le mettait dans l'antichthone ou terre oppose  l'habitable". LETRONNE, in una lettera inserita dall'HUMBOLDT nell'Examen critique de l'histoire de la gographie du Nouveau Continent, Parigi, 1836-1839, v. III, p. 199.
(29) SULPIZIO SEVERO, Histori sacr, l. I. In nostram velut exules terram ejecti sunt, dic'egli di Adamo e di Eva. Cosma Indicopleuste immagina lo terra oblunga, divisa per lo mezzo dall'Oceano innavigabile. Il Paradiso terrestre era nella terra antipode, dove gli uomini rimasero sino al diluvio. No con l'arca travers l'Oceano e approd in Persia. I quattro fiumi s'inabissavano laggi nella terra, passavano sotto l'Oceano, e riscaturivano nel nostro emisfero (???st?a???? t?p???af?a, l. II). Cosma  del VI secolo; ma circa un secolo e mezzo prima di Dante, Ugo da San Vittore professava intorno ai fiumi del Paradiso questa stessa opinione (Annotationes Elucidatori in Genesim, c. VII). Anche Pietro Lombardo credeva (Sententiarum, l. II, dist. 17), che il Paradiso terrestre fosse in regione divisa in tutto dalla terra abitata, e a tanta altezza da toccare il cerchio della luna.Che Dante, ponendo il Paradiso terrestre sulla cima del monte del Purgatorio, finge cosa non caduta in mente a nessuno dei dottori della Chiesa, fu notato gi da parecchi; ma che, quanto alla situazione del Paradiso, l'opinione di lui s'accorda con quella dei padri che lo posero nell'antictone, non fu ch'io sappia fatta osservare abbastanza. Conformemente alla comune opinione de' tempi suoi crede Dante che la terra emersa, la gran secca, com'egli la nomina (Inf., 34, 116), sia tutta nell'emisfero settentrionale, e non si stenda se non picciol tratto oltre l'equatore (circa 11 gradi secondo Tolomeo). L'emisfero meridionale  occupato dall'acque dell'Oceano, salvo che in un punto dove sorge il monte del Purgatorio, diametralmente opposto alla citt di Gerusalemme. Il monte del Paradiso  inaccessibile ai vivi come risulta dal racconto che Ulisse fa del suo viaggio (folle volo) nell'Oceano (Inf., XXVI, v. 90 e segg.). Di questo viaggio oceanico di Ulisse, di cui non  indizio nella tradizione omerica, porse per avventura gli elementi Claudiano (In Rufinum, l, v. 123 e segg.):

 Est locus, extremum qua pandit Gallia littus,
 Oceanis prtentus aquis, ubi fertur Ulixes
 Sanguine libato populum movisse silentem.
 Illic umbrarum tenui stridore volantum
 Flebilis auditur questus, etc.

 Al tempo di Ulisse il monte del Paradiso terrestre non faceva per anco ufficio di Purgatorio. Posto il Paradiso agli antipodi s'intende di leggieri come Dante, autore del trattato De Aqua et Terra, non pensasse pi a farvi scaturire i quattro fiumi del Genesi.
 Ai tempi di Teofilo di Antiochia si dubitava da alcuno se il Paradiso terrestre fosse mai stato nel nostro pianeta, ci ch'egli afferma (Ad Antolycum, 1. Il, c. XXIV), come pure fa Sant'Ippolito, vescovo di Roma, nell'Hexmeron. Non manc finalmente chi credette che, dopo il peccato, Dio l'avesse levato di terra.
(30) Anche dell'Hara-berezaiti si credette da alcuno che cingesse tutto intorno la terra.
(31) Questa opinione si trova nel trattato intitolato Trium terr partium epitome.
(32) Come lo stesso Colombo fa intendere: "Yo no hallo ni jamas he hallado excriptura de Latinos ni de Griegos que certificadamente diga el sitio en este mundo del Paraiso terrenal, ni visto en ningun mapamondo, salvo, situado con autoridad de argumento. Algunos le ponian all donde son las fuentes del Nilo en Etiopia; mas otros anduvieron todas estas tierras y no hallaron conformidad dello en la temperancia del cielo, en la altura hacia el cielot porque se pudiese comprender que el era all....."
 "Yo dije lo que yo hallaba deste hemisferio y de la hechura, y creo que si yo pasara por debajo de la linea equinocial que en llegando alli en esto mas alto que fallara muy mayor temperancia, y diversidad en las estrellas y en las aguas, no porque yo crea que all donde es el altura del extremo sea navegable ni agua, ni que se pueda subir all porque creo, que all es el Paraiso terrenal....."
 NAVARRETE, op. c, v. I, p. 258.
(33) Commentaria in Genesim, c. XIII, qu. 107, 108, 98. Il Tostato fu di quanti indagatori ed espositori ebbero le Scritture il pi curioso. I suoi commentarii son pieni di questioni del tenore delle seguenti: An ante diluvium animalia comederent herbas; An ignis in propria sphaera comburat; An pelles ex quibus struct erant tunic priorum parentumt fuerint ex animalibus mortuis nec ne, etc.
 Alla grande altitudine si attribuiva anche prima del Tostato la serenit, la salubrit, la quiete che regnavano nel Paradiso terrestre. Secondo Dante tutto il monte del Purgatorio, sulla cui cima era il Paradiso, andava esente da perturbazioni meteoriche (Purg.t XXI, 49 e segg.). E' pare che il poeta ponesse ben alto il suo Paradiso se s'ha a giudicare da ci che nel c. XXVII, v. 88-90, dice delle stelle, le quali sembravangli pi chiare e maggiori; ma vuolsi notare tuttavia che in fatto di astronomia stellare le nozioni eran molto imperfette a' suoi tempi, e che appena dei corpi del sistema solare si calcolava, ma assai falsamente, la distanza. Nel c. XXVIII, v. 103 e segg., egli spiega il venticello che agita e fa sonare la selva paradisiaca con una teorica conforme alle dottrine astronomiche allora in corso, e che si trova anche nel Quadriregio, l. IV, c. II. Cf. il Dittamondo di Fazio degli Uberti, c. XI. Il poeta domanda a Solino dove sia il Paradiso terrestre:

 Dimmi: quel luogo onde cacciato Adamo
 Con Eva fu, dov' che tu noi poni
 N sulla terra, n mostri alcun ramo?
 Ed egli a me: Diverse opinoni
 State vi son, ma suso in Oriente
 Per la pi parte par che si ragioni.
 E questo  un monte ignoto a tutta gente,
 Alto che giunge sino al primo cielo,
 Onde il puro aere il suo bel grembo sente.
 Quivi non  giammai freddo n gelo,
 Quivi non per fortuna onor si spera,
 Quivi non pioggia, o di nuvola  velo.
 Quivi  l'arbor di vita, e primavera
 Sempre con gigli, con rose e con fiori,
 Adorno e pien d'una e d'altra riviera.
 Quivi tanti piacer di vaghi odori
 Vi sono, e tanto dolce melodia,
 Che par che quel che v' vi s'innamori.

 Il noto poemetto De Phoence comincia:

 Est locus in primo felix oriente remotus
 Qua patet terni ianua celsa poli:
 Nec tamen stivos, hiemisque propinquus ad ortus,
 Sed qua sol verno fundit ab axe diem.
 Illic planicies tractus diffundit apertos,
 Nec tumulus crescit, nec cava vallis hiat.
 Sed nostros montes, quorum iuga celsa putantur,
 Per bis sex ulnas eminet ille locus.
 Hic solis nemus est, et consitus arbore multa
 Lucus perpetuae frondis honore viret.
 Dum Phtontis flagrasset ab ignibus axis
 Ille locus flammis inviolatus erat.
 Et cum diluvium mersisset fluctibus orbem,
 Deucalioneas exsuperavit aquas.
 Non huc exangues morbi, non aegra senectus,
 Nec mors crudelis, nec metus asper adit,
 Nec scelus infandum, nec opum vesana cupido,
 Aut Mars, aut ardens caedis amore Furor:
 Luctus acerbus abest, et egestas obsita pannis,
 Et cura insomnis et violenta fames.
 Non ibi tempestas, nec vis furit horrida venti,
 Nec gelido terram rore pruina tegit.
 Nulla super campos tendit sua vellera nubes,
 Nec cadit ex alto turbidus humor aqu.
 Sed fons in medium est, quem vivum nomine dicunt:
 Perspicuus, lenis, dulcibus uber aquis.

 Se non che qui non si descrive, come molti credono, il Paradiso terrestre, ma, secondoch dice il poeta medesimo, il bosco del sole; e il poeta, nonch si possa credere che fosse Lattanzio, non si pu nemmeno giudicare cristiano. Egli era per certo pagano, ma conosceva forse alcunch delle opinioni de' cristiani intorno al Paradiso e se ne giov nella sua descrizione. Alcuno stim di dovere attribuire il poema a Claudiano, il quale nell'idillio intitolato Phoenix, parla di un consimile bosco, ponendolo al di l degl'Indi e della plaga d'Euro, in mezzo all'Oceano. Anche Draconzio, nel poema De Deo, l. I, descrive la serenit e la pace del Paradiso:

 ...........non solis anheli
 Flammatur radiis, quatitur nec flatibus ullis,
 Nec coniuratis furit illic turbo procellis.
 Non glacies districta domat, non grandinis ictus
 Verberat, aut gelidis canescunt prata pruinis.
 Sunt ibi sed placidi flatus, quos mollior aura
 Edidit exurgens nitidis de fontibus horti.
 Arboribus movet illa comas, de flamine molli
 Frondibus mpulsis immobilis umbra vagatur;
 Fluctuat omne nemus et nutant pendula poma.

 Similmente Alcimo Avito:

 Non hic alterni succedit temporis unquam
 Bruma, nec stivi redeunt post frigora soles,
 Excelsus calidum cum reddii circulus annum,
 Vel densante gelu canescunt arva pruinis.
 Hic ver assiduum coeli clementia servat,
 Turbidus auster abest, semperque sub aere sudo
 Nubila diffugiunt jugi cessura sereno.
 Nec poscit natura loci quos non habet imbres,
 Sed contenta suo dotantur germina rore.
 E altrove:

 Est locus, Eoos Phoebi nascentis ad ortus,
 Arduus, attollens vicina cacumina clo.

 L'Ariosto, Orlando Furioso, c. 34, ott. 50, parla di

 Una dolce aura che ti par che vaghi
 A un modo sempre, e dal suo stil non falli.

 Ma gi l'Eliso di Virgilio, neidos. l. VI, 640-41, ha proprio etere, proprio sole e proprie stelle.
 Anche dell'Olimpo, del Parnaso, dell'Atlante e del Sinai fu creduto che si levassero sopra la sfera delle meteore:

 ............Alius Olynipo
 Vertex, qui spatio ventos hiemesque relinquit.
 CLAUDIANO.

 Hoc (Parnassi) solum fluctu terras mergente cacumen
 Eminuit, Pontoque fecit discrimen et astris.
 LUCANO.
(34) Chi abbia vaghezza di saperne di pi consulti i trattati speciali: RELANDO, Dissertatio de situ paradisi terrestris, in Thesaurus antiquitatum sacrarum dell'Ugolini, v. VIII; HOPKINSON, Descriptio paradisi, ibid.; MORIN, Dissertatio de Paradiso terrestri, ibid; VORSTIO, Dissertatio de Paradiso, ibid.; HUET, De situ Paradisi terrestris, libro capitale in s fatto argomento, e i trattati del Kirchmayer, del Malvenda, dello Steuchus, dell'Hardouin, e il moderno dell'Ouseley. Con lo Scaligero, con Calvino, col Bochart e con l'Huet le opinioni cominciano a prendere carattere scientifico. Circa le opinioni dei geografi medievali consulta SANTAREM, Essai sur la gographie et la cosmographie au moyen ge, Parigi, [843. Il Dictionnaire des Lgendes del Douhet contiene, sul Paradiso terrestre, un'assai magra notizia.
(35) V. LASSES, in Zeitschrift fr die Kunde des Morgentandes, v. II, p. 62; LENORMANT. op. c, p. 300-321.
(36) Lo Spiegel, fondandosi su argomenti in parte biblici, in parte di archeologia iranica, pone il Paradiso terrestre sul monte Alborz (op. c., v. I, p Nella piccola Buccaria sarebbero da porre il Mru e l'Hara-Berezaiti. Sia ricordato a tale proposito che nello Sci-name (Ghersciasp), Rustem, il quale va in traccia di Keikobad, trova sul monte Alborz una specie di Paradiso. Il maggior disputare si fece intorno ai due fiumi Gicon e Fison, giacch non si riusc mai a trovare una combinazione di quattro fiumi che potesse acconciarsi e con la indicazione biblica e con la realt geografica. In Palestina si pat sempre penuria d'acqua, e questa fu probabilmente la ragione che spinse l'autore del Genesi, o coloro che prima di lui avevan raccolto la tradizione, a mettercene tanta nel Paradiso. Nei profeti le lodi dell'acqua sono frequenti (V. DE WETTE, Lehrbuch der hebrisch-jdisch Archologie, IV ed. Lipsia, 1864, p. 111).
(37) Tabari lo estende a cinquecent'anni, op. c., v. I, p. 79. Un'opinione ch'ebbe corso in Europa faceva tanto durare la dimora di Adamo nel Paradiso quanto dur poscia la passione di Cristo.
(38) Secondo altre leggende l'albero fatale  tutto secco: talvolta  rappresentato col serpe tentatore ancora avvolto al tronco. FREZZI, Quadriregio, l. IV, c. I:

 Quando trovai un arbor senza fronde
 Ch'era di spoglio d'un serpente avvolto,
 S come un'edra che un ramo circonde.
 Lo spoglio avea di forma umana il volto;
 E l'arbore di spine era pien tutto
 Intorno a s, siccome luogo incolto.
 Ogni altro legno ivi era pien di frutto,
 E di be' fiori, e frondi, fresco e bello;
 E questo solo era secco e distrutto.
 E su non vi cantava alcun uccello.

 L'albero  rappresentato secco anche nel poema di Ugo d'Alvernia (msc. di Torino), ma non vi si trova il serpente; anzi, fra i rami, sta la Vergine col Bambino (V. una notizia su questo poema da me pubblicata nel Giornale di Filologia romanza, 1878, n. 2, p. 92 e segg.). Cf. con l'albero descritto da Dante, Purg.,XXVII, 37-39:

 Io sentii mormorare a tutti: Adamo!
 Poi cerchiaro una pianta, dispogliata
 Di fiori e d'altra fronda in ciascun ramo.

 Ricordo per ragione d'analogia il famoso albero secco che si credeva esistere in Oriente, e di cui si fa assai spesso menzione nei poemi cavallereschi francesi a significare distanza grande di paesi strani ed ignoti. Ne parlano Marco Polo, il Mandeville ed altri. Nel poema di Baudouin de Sebourc (XIV secolo), l'albero secco  l'albero stesso del Paradiso. In un mappamondo del secolo XIII, publicato dal JOMARD, Monuments de la gographie, l'albero secco  accosto al Paradiso, ma sta da s.
(39) Traggo dal manoscritto francese L, II, 14, della Biblioteca nazionale di Torino (f. 4 v. a 6 r.), un racconto in versi del viaggio di Set al Paradiso terrestre. Esso fa parte di una parafrasi poetica della Sacra Scrittura e presenta alcune particolarit curiose, che, spero, lo faran gradire al lettore. Appartiene al XIII secolo.

 Or vous ai dit dou traitre Chain,
 Et de son fait com il pot avenir:
 Or vous dirai d'Adan(s) jusqu'(es) en la fin.
 Verits fu que Adans tant vesqui
 La blanche barbe desus le pie li gist,
 Et si traine ses cheviaus autresi,
 Ce dist l'estoire, .II. grans pis et demi;
 Sus le menton li gisent si sourchil;
 Vestus de fuelle cousus de jons marins.
 .I. jour apelle le main de ses fis;
 Chil ot non Sept, si fu preus et gentis:
 "Sept"dist li peres, "entendes envers mi:
 Il te convieni mon mesaige furnir.
 Droit en terrestre en iras Paradis[a]
 Parler a l'angle c'a non Cherubins;
 L'aubre de vie garde em Paradis:
 C'est li conpas de quan qu'il raverdist.
 Car sus cet arbre fu escris li pepins,
 Et la feive et li glans et li ris,
 Dont nous avons boschages et gardins.
 Tu me diras a l'angle, biaus amis,
 Qu'il voist moult tost parler au roi de Paradis,
 Et si me saiche  dire au revenir
 Quant trespaserai hors de cest siecle chi.
 Et li dous oilles et quant me venra il,
 Que nostres sires mes peres me proumist
 Quant je voloie mes .VII. enfans perir
 En rouge mer et l'ancire et flatir.
 Iceste juste emporte avoecques ti,
 De la fontainne de jouvent .I. petit
 M'aporteras si plaist a Cherubin:
 Se j'en ai but juvenes sui et meschins,
 Si garderai mes filles et mes fis,
 Et le grant peuple qui est de moi partis.
 Va t'ent la voie et les pas que je vins,
 Bien les connoisteras, biaus tres dou[s] fis,
 Il sont tout sec et de ta mere ausi,
 Car, puis celle eure que j'en fui partis,
 Toute sustance et tous biens i failli.
 Le gus prilleus trouveras devant ti;
 C'est purcatoire[b] qui garde Paradis:
 ou est .I. fus qui tous jours art et frit;
 L'iave est plus rouge que n'est li sans de ti;
 Li boullon sont si haut, se diex m'ait,
 Qu'il n'est nus ars qui par desus traisist.
 Et s'entrecontre par si tres grant air
 Que de .XX. lieues le puet on bien oir
 L'une unde en l'autre et hurter et flatir[c].
 Qui devera entrer em paradis,
 Ne ou vergier de quoi je sui banis,
 Tant ert on gus dont je parole chi
 Qu'il ert si purs li arme et li espirs
 Com dameldex en son cors l'ame mist
 C'est la premiere porte de Paradis,
 Mais l'autre porte est trop en grinour pris".
 Et li varls avalle le larris,
 Vestus de fuelle cousus de jons marins;
 Vers rouge mer acqueille son chemin.
 Che jour encontre l'enfes maint porc marin.
 Maint ours sauvage, lions, et cocatris.
 Et grans dragons, alerions petis[g].
 Tant a esr li freres  Chain
 Qu'il treapassa .I. grant bos de bresil,
 Apres le bos est monts .I. lairis,
 Espurcatoire a devant lui coisi.
 Lors li sembla que chieus et mers arsist:
 Il chiet pasm, s'a jet .I. grant cri,
 Apres dous dex a conforter se prist;
 Prent s'escharboucle, sel frote au samit[d].
 Li feus en saut  alumer l'a pris.
 L'angles le voit, c'ot  non Cherubins:
 En autant d'eure com .I. iex puet ouvrir
 Vient a l'enfant, si l'a  raison mis:
 "Diva! varles, et qui t'envoia chi?
 Ains, puis celle eure c'Adans en fu partis,
 Me vi jou chose qui car et sanc euist,
 Qui de si pres aprocha Paradis.
 Va t'ent ariere, par amours je t'en pri,
 Que cis grans feus ne t'ait ja englouti"
 Et dist li enfes: "Este[s] vous Cherubins,
 Qui mon pere chacha de Paradis
 A une espe ardant? il le m'a dit.
 Par moi te mande, et je sui qui te di.
 Que parler voissea au roi de Paradis,
 Et li demandes, par amours je t'en pri.
 Quant trespasera hors de ce siecle chi,
 Et li dous oilles et quant li venra il,
 Que nostres sires, ses peres, li proumist,
 Pour quoi doit estre encore ses amis".
 Et dist li angles: "J'ai grant merveille oi"

 Et dist li angles: "Amis, or m'entendes.
 Verits fu quant Adans fu fourms,
 Et il peut bien et venir et aler,
 Oir, sentir, et veoir, et parler.
 Quanque diex ot li fu abandonns,
 Fors .I. pumiers qui li fu deves,
 Qu'il avoit as anemis donns
 Pour .I. serviche qu'il li firent en mer,
 Car il alerent le grant goufre effondrer
 Par quoi li iave se prist a avaler
 Tant com la terre parut aval la mer[e].
 Il en menja, mes che pot lui peser:
 Il fu tantost as anemis livrs:
 Et nostres sires a'en ot duel et pit,
 Pour vous ala ens en abisme entrer,
  Lucifer tout maintenant parler,
 Demanda lui par fines amists
 S'on vous poroit ravoir ne rachater
 Pour nul avoir c'on vous seust donner.
 Et Lucifers respondi par fiert:
 Oil, biau sire; se vous tant les ames
 C'ous en voeilles vo cors abandonner,
 Vous les aures de prison delivrs,
 Et li vergies vous ert quite clams,
 Ne jamais jour n'i volons retourner.[f]"
 Adont se teut li rois de majest.
 N'encor n'est mie li jugemens donns,
 Ne il n'est angles lasus tant soit sens
 Qui de dieu sache son cuer ne son penser,
 S'il vous vorra perdre ne rachater;
 Mes puis celle eure qu'il ot ensi parl
 Je ne vi diable ens ou vergier entrer.
 Et, s'il vous plaist, avec moi en venres;
 Mousterai vous la fine verit.
 De vostre pere comment il a ouvr,
 Et le vergier de quoi estes tourbl".
 Et respont Sept: "Je l'ai moult desir,
 De l'eritaje veoir et regarder.
 La devissions en glore demorer".
 Et dist li angles: "Amis, voua le verres".

 L'enfant embrache li sains angles honestes,
 Si l'en emporte en Paradis terrestre;
 De fin or pur ouvri une fenestre:
 "Amis", dist il, "or boute chi ta teste;
 Si verras ja le tourment et la perte
 Qu'[est] pour ton pere en Paradis terrestre.
 Oisiaus n'i chante, ne n'i demainne feste,
 Solaus n'i luist ne au main ne au vespre,
 L'iave n'i sourt, ne n'i raverdist herbe,
 Ne il n'i a fors tenebre et tempeste".

 Li damoisiaus a regarder a pris
 Par le vergier qui n'est mie floris:
 L'aubre de vie a veu devant lui.
 Plus grans des autres bien resambloit sapins,
 Tous fu brisis et entour et emmi.
 Par desus l'aubre a .I. bel nit coisi;
 .I. pellicans se seoit droit enmi;
 C'est li prumiers oisiaus que dex fesist;
 Dex ne fist plume que cis la nen euist.
 Compars fu il meismes  li,
 D'estre sages et dous et bien amanevis,
 Courtois et larges et destre,  point hardis.
 Ne pour sa vie de noient ne mesprist.
 Morte estoit sa fumelle fennis;
 Rems l'en fu .III. faonniaus petis.
 Or a al contreval le gardin,
 .III. jours et plus si com la bible dist,
 Ne trueve chose dont il se puist garir.
 Ne ses faons de les lui soustenir,
 C'ains puis celle eure c'Adans en fu partis
 Toute sustance et tous biens i failli.
 Or entendes que li dous oisiaus fist.
 Quand il voit bien nes puet mais soustenir.
 Ancois qu'il voist autre oisel assalir,
 Premierement en vorra ja morir.
 Dou bech trenchant en son pis se feri,
 Le cuer dou ventre a perchi tout parmi,
 Li sans en saut et enprent  issir.
  cescun fan en a baillit .I. fil,
 Et cil le boivent qui en out grant desir,
 Batent lor elles, dou pere sont parti,
 Volant en vont contreval le gardin.
 Li pellicans  regarder les prist.
 Grant joie en a de ou que vis les vit,
 Mes tant fort sainne ne se set astenir
 Ne garde l'eure qu'il se voie morir.
 Et li chieus oeuvre, l'angles en descendi,
 L'oisiel emporte lasus em paradis,
 Si le courronnent les chelui qui le fist.
 Adont coumenche la noise en paradis
 D'angle contre autre dont i a plus de .M.:
 L ont jugit le roi de paradis.
 S'il voet droiture user et maintenir.
 Et voet ravoir les siens certains amis.
 Que telle guise li convenra tenir.
 Apres la noise qui fu em paradis,
 Une grant raie dou solaill descendi
 Ens ou vergier, s'en est entr[e]s ou nit:
 Or li aporte le saintisme esperit:
 En guise estoit d'un enfanchon petit,
 Qui d'un blanc gant le peuist on couvrir.
 Adont coumenche et la joie et li ris:
 Chil oisel chantent, de terre sont parti,
 Les iaves sourdent, li pr sont raverdi,
 Et toute riens dou mont se resjoi.
 Qui que fait joie l'enfes jeta .I. cri:
 Adan regraite coni ja poires oir.

 "Ahi, Adan", dist il, "de vo biaut,
 De vous estoit cis lieus enlumins.
 Ja n'est il angles lasus tant soit sens
 C' vo fachon seust rien amender[h].
 Or vous perdrai ains qu'il soit avespr,
 Qu'il vous convient ens en enfer entrer,
 Dont deussies estre avoec moi couronns.
 S'on vos peust de tresor rachater,
 Ne de rien ne que on peuist penser,
 De ma grant perte ne fusse espoents;
 Meis si grant painne m'en convient endurer,
 Se voel droiture maintenir ne user,
 Com cil oisiaus qui s'est  mort livrs,
 Qui l'essamplaire nos a lasus moustr
 Com faitement je me doi demener
 Se je vos voel de prison delivrer,
 Et je vous voel ravoir ne rachater".
 Adonques a .I. si grant cri jet
 Que de .X. lieues le peust on ascouter,
 Que moult redoute ce qu'il a  passer.
 Quand Sept l'entent si a l'angle apell:
 "Cherubin sire", dist il. "or m'entendes.
 Que chou est or que jou ai ascout
 Desus cel arbre ou a telle clart?"
 "Amis,, dist l'angles, "que vauroit li celers?
 Chou est li fis de la grant majest,
 Ch'est ses espir[s], ses sens et sa bonts,
 Et sa grans force et sa grans dingnit[s].
 Or soiies aise, vous seres rachat,
 Que je sai bien son cuer et son pens.
 Je ne le seuc .VII.C. ans a pass,
 Ne jou me autrea tant par soit ses privs;
 Ne puis c'Adans fu dou vergier sevrs
 Ne sot nu[s] angles son cuer ne son penser:
 Mais or le sai je, si le te voel conter.
 En une vierge qui moult ara bont
 Prendra il vie, sanc et charnalit,
 Et se fer noirir el alever
 Tres qu'il sera si grans et si fourms
 Comme Adans dont tu es hui sevrs.
 Lors se fera et prendre et atraper
 As anemis, desus .I. fust cloer,
 Perchier sa char et issir le sanc cler:
 Adont seres de prison delivr,
 Et li fis dieu est en gage rems".

 "Amis", dist l'angles. "la chose est trop amere
 Par le pechiet de ton pere et ta mere;
 Mes cis dous enfes et ses sans qui tant leve
 Vos fera en transissant grace et saveur et seve".

 "Grasse et saveur et seve vos fera en trespassant
 L'enfes qui en cest nit pleure si doucement:
 ou est li fis de dieu le roi dou firmament,
 En une vierge pure penra aombrement,
 Et se vestra de li et de char et de sanc,
 Et se fera noirir a guise d'un enfant,
 Et puis respandera par vostre amor son sanc,
 Et chieus qui n'i querra molt l'ira mallement,
 En infer les iront diable devorant.
 Or tost va t'ant ariere, en Sinais le grant;
 Si enterre ton pere tres au piet dou pendant.
 Il li convient morir, il ne puet en avant.
 En la bouche li met ces pepins, mon enfant".

 "En la buuche li met, enfes, ces .III. pepins;
 C'est de la pume que tes peres quoilli,
 Qu'il jeta jus quant vit qu'il ot mespris.
 Je les te rent, porte les avoec ti;
 Que li peres voet desus son fil morir
 Pour vous ravoir des morteus anemis.
 Quant tu aras ton pere enfoui,
 Desus la langue li met ces .III. pepins,
 Et li arenge bellement. biaus amis.
 Dou cors d'Adan, et de sa seve ausi.
 Et de son cuer, et de ces .III. pepins,
 Nestera, fiex, .I. arbrisiaus petis
 Qui metera .III.M. ans au norir;
 Cescun .M. ans croistra piet et demi.
 Tant seres vous avoec les anemis
 Ains que cis enfes que tu os en cest nit
 Soit sus cel arbre atachit et assis,
 Ne si dous membre clo de claus massis.
 Ne ses clers sans ceure par le pais.
 C'est li dous oilles que ton pere proumist
 Quant il voloit ses .VII. enfans perir
 En rouge mer et lanchier et flatir,
 Parcoi est hapers des anemis".

 Li enfes pleure, grant duel va demenant.
 Il regarda le figier d'euriant,
 Qui est mus tous en autre samblant:
 Il estoit tourbls quant il li vint devant,
 Or est si biaus com solaus flamboiant,
 Ains li samble tont aviseement
 Que li mur soient de piere d'euriant.
 .I. tuel voit qui fu d'or flamboiant,
 Qui vient des chieus bellement descendant;
 Par ce tuiel va l'iave degoutant
 En la fontainne petite de jouvent
 Dont .IIII. ruiselait alient naissant:
 Grant il sunt hors si se vont esperdant:
 L'uns fu Inges. et Grandes li plus grans.
 L'autres Gerons. et l'autres Ifratans;
 De l'un des rieus va rouge mer naissant.
 L'enfes apelle Cherubin en plorant:
 "De la fontaine me donnes de jouvent,
 S'en porterai  mon chier pere Adan;
 S'il en a but je sai certainement
 Qu'il revenra en l'age de .XXX. ans".
 Et dist li angles: "Je ferai son coumant;
 Mes il n'eat iave, ne mers, ne lavement
 Qui le garisse dou dolereus tourment
 Ou il ira ains le solaill couchant".
 Il prent la juste et si li va puisant
 En la fontainne, et puis li va ballant;
 Puis a pris Sept, en air le va portant.
 En autant d'eure com .I. iex va cloant
 Le met en Inde, si s'en va retournant.
 De si tres lonc eom le va parchevant
 Encontre vienent tout si frere courant.
 Tout autresi ai en vienent bruiant
 C'alerion quant il vont descendant.
 E vous Isaach et Jourdain et Rubant:
 Leur frere voient, si le vont ravisant.
 Dist Jourdains: "Frere, bien soies vous venant".
 Et il a pris la juste maintenant,
 En haut le drece, si le va maniant:
 Elle li chiet et le va respandant;
 En rouge mer va l'iave en batant
 Comme .I. quarriaus quant de l'archon destent;
 La rouge mer va toute trespassant.
 En Paienime va l'iave espandant,
 A .III. lieuetes devant Jherusalem:
 Le flum Jourdain l'apellent li auquant:
 Puis s'i lava li dignes rois amans
 Quant il fu ns de lui em Bethleem,
 S'i baptiza son ami S.t Jehan[i].
 Et on amainne tantost le viel Adam:
  ses .II. mains va ses sourcis levant
 Qui li gisoient sour le menton devant;
 Son fil regarde, si le va conuisaant.
 Ansi le lieve com se fust .I. enfant.
 Si avoit il bien .XII. pis de grant.
 "Fis"dist li peres, "vous soies bien vignant;
 Aves est au vergier d'euriant?
 Que dist li angles qui me par ama tant?
 Aurai je ja pais ne acordement
 Envers celui qui me fist doucement.
 Puis me banni dou sien vilainement?
 Or m'en vinc chi entre ces desrubans".
 "Oil, biaus peres, au chief de .III.M. ans".
 "Ne plus?"fait il; "me vas tu voir disant?"
 "Oil, biaus peres, sachies le vraiement".
 Adont s'en va Adans agenoullant,
 Devers le chiel ala moult regardant,
 Et voit les angles qui le vont asenant
 Qu'il ne se voist de noient esmaiant.
 De la grant joie que il va atendant
 Ala sa painne del tout entroubliant.
 Il n'avoit ris bien avoit .VII.c. ans:
 Adonques rit li vieus si durement
 Li cuers dou ventre li va parmi partant.
 L'ame en ont prise li diable, li tirant,
 Si l'en emportent en infer maintenant.
 Sa fosse font .IIII. de ses enfans;
 Leur pere enterrent et si le vont plorant:
 Desus sa langue alerent arengant,
 Les .III. pepins dont je vous dis avant,
 C'aporta Sept del vergier d'euriant
 Dont li arbres, signeur, ala naissant,
 Qui mist au croistre tout  point .III.M. ans[l],
 Ou li fis dieu tout respandi son sanc
 Pour chiaus ravoir dou dolereus tourment
 Ou tout estiens livr comunement.

 Note:
 [a] Droit en terrestre iras em paradis.
 [b] Di questa finzione non credo che si trovi vestigio nelle altre versioni della leggenda. Essa  per certo una reminiscenza del Pozzo di San Patrizio.
 [c] Credettero alcuni che il fragor delle acque erompenti dal Paradiso facesse diventar sordo chi troppo s'accostava.
 [d] Di una virt del carbonchio che s'acconci al significato di questo verso non parlano n Alberto Magno, n Marbodo, n Vincenzo Bellovacense. In alcuni lapidarii  attribuita ad esso la virt di rassicurare l'uomo soprappreso da paura. Forse qui farebbe miglior ufficio il diamante, di cui dice Marbodo:
 Ad magicas artes idem lapis aptus habetur
 Indomitum quae facit mira virtute gerentem,
 Et noctis lemures, et sompnia vana repellit
 Atra venena fugat, rixasque et jurgia vincit.
 Insanos curat, durosque reverberat hostes.

 Molte erano del resto, secondo le credenze dei tempi, le gemme che avevan virt di render l'uomo invulnerabile.
 [e] Anche di questa strana fantasia non credo s'abbia vestigio altrove.
 [f] Tutta questa favola, che potrebbe parere una stravaganza del poeta pura e semplice, , invece, pienamente conforme alle dottrine di alcuni Padri, che insegnarono l'opera della redenzione essere come una soddisfazione giuridica e un'indennit conceduta da Dio a Satana in risarcimento dell'ingiuria che si faceva al suo dritto con riscattare l'uomo. V. IRENEO, Adversus hreses, III, 18, 7; V, 21, 3; e ORIGENE Epist. ad Roman., 2, 13. Il sacrificio di Cristo  considerato piuttosto come atto di giustizia che come atto di misericordia anche nel famoso plait de paradis, che si trova in parecchi drammi sacri, come, p. e., in una moralit di Stefano Langton, nel Mystre de la Passion di Arnoul Gresban, e in quello di Feo Belcari intitolato: La Rappresentazione quando la N. Donna Vergine Maria fu annunziata dall'angelo Gabriello.
 [g] Altra stravaganza del poeta che ignora, o altera deliberatamente, il mito della fenice, ancor vivo a' suoi tempi.
 [h] Fu creduto da taluno che in Cristo si riproducesse esattamente l'effigie di Adamo.
 [i] In un mappamondo del XII secolo, esistente nella Biblioteca Nazionale di Torino (msc. l, II, I, p. 45), il Giordano  fatto scaturire dal pi dell'albero della scienza. Una copia poco esatta di tal mappamondo fu inserita dal PASINI nel v. II del Catal. manuscript., p. 29. La riprodusse il SANTAREM nell'Atlas compos de Mappemondes, de Portulans et de Cartes hydrographiques et historiques depuis le VI jusqu'au XVII sicle, Parigi, 1849.
 [l] Secondo una leggenda meno significativa e men bella, Eva, uscendo insieme con Adamo dal Paradiso terrestre, reca con s un ramuscello dell'albero della scienza e lo pianta. Il ramuscello diventa un albero, sotto a cui Caino uccide Abele, e del cui legno si fa poscia il Sancta Sanctorum, e la croce (V. PAULIN PARIS, Man. fr., v. I, p. 124).
 In un mistero cornico delle origini del mondo, pubblicato da EDWIN NORRIS (The ancient cornish Drama. 2 vol. Oxford, 1865), Set fa al Paradiso terrestre il medesimo viaggio narrato nel poema. Egli non varca la sacra soglia, ma vede la fontana lucente da cui scaturiscono i quattro fiumi, e l'albero fatale spoglio di corteccia e di foglie. La cima dell'albero  tutta circonfusa di luce e si perde nel cielo, le radici si perdono nelle tenebre dell'inferno. Il FREZZI, nel Quadriregio, l. c., descrive l'albero della vita che ha le radici in cielo e gira due miglia. Sull'albero dispogliato Set vede il Redentore in figura di un bambino di recente nato (Cf. LITTR, tudes sur les Barbares et le moyen ge, Parigi, III ed., 1874, p.358). Nel miserabile dramma del KLOPSTOCK, Der Tod Adams, Adamo si contenta di mandare Set a pregare all'ara di Abele perch siagli prolungata la vita.
(40) Per quanto concerne la leggenda del legno della croce consulta l'erudita dissertazione del Mussafia, inserita nei Sitzungsberichte dell'Accademia di Vienna, classe storico-filosofica, LXIII, 2. Notisi che il legno della croce si fa derivare quando dall'albero della scienza, quando dall'albero della vita. Secondo una leggenda siriaca la croce fu fatta di un albero che da indi in poi non cess pi di tremare. Quell'albero  la tremula. L'albero della scienza fu identificato con varii alberi di specie comuni: con l'ulivo, con l'abete, col cipresso, col fico, col melo. Giacomo Tusculano parla di certi alberi che si trovavano in Oriente, i cui frutti mostrnvan la traccia del morso dei primi parenti. Giacomo da Vitry nella sua Historia Hierosolimitana, I. I, c. 85, ricorda certi alberi di Paradiso, le cui frutta, soavissime al gusto, inducevano in chi ne mangiava un delizioso sopore. Da taluno fu creduto che, in origine, gli aromati nascessero in Paradiso, e che Dio gli avesse trapiantati in terra per recare qualche conforto alla miseria dei due discacciati. Di una singolarissima leggenda, che fa curioso riscontro ad un mito ario assai noto, credo di dover qui fare menzione. Si narra in essa che mille anni dopo il peccato Dio trapiant l'albero della vita nell'orto di Abramo. Una figliuola del patriarca, avendo aspirato il profumo di un fiore della pianta miracolosa, rimane incinta e diviene madre di Fanuel. Costui, fatto uomo, taglia un giorno un frutto dell'albero, poi si rasciuga il coltello sulla coscia ignuda. La coscia s'impregna del succo mirabile, si gonfia, e in capo al tempo consueto della gestazione, ne vien fuori Anna, madre di Maria (LE ROUX de LINCY, Le livre des lgendes, Parigi, 1836, p. 24 e segg.). Baster qui far ricordo del mito parallelo di Dioniso, del dio Soma e di Aurva (Cf. KUHN, Die Herabkunft des Feuers und des Gttertranks, Berlino, 1859, p. 167-168).
(41) V. Leggende del secolo XIV, Firenze, 1863, v. II, p. 489, e una versione quasi simile in Scelta di curiosit letterarie, disp. 106. Nella Biblioteca Nazionale di Parigi, sotto il num. 7762, se ne conserva una versione manoscritta. Cf. ZAMBRINI, Le opere volgari a stampa, dei secoli XIII e XIV, IV ed., p. 574.
(42) Nessuno forse riusc come l'autore del Quadriregio a dare in tre soli versi un'immagine viva ed efficacissima di quelle delizie. L. IV, c. II:

 Rallegra tutto il cor quel Paradiso,
 Ivi ogni cosa intorno m'assembrava
 Un'allegrezza di giocondo riso.

(43) Anomalie consimili del sentimento del tempo ricorrono frequentissime nelle leggende cos sacre come profane. Nel racconto di Roberto di Boron, Giuseppe d'Arimatea, sostentato dalla vista del Graal, passa quarant'anni in carcere senz'avvedersene. Uggiero il Danese ne passa dugento nel castello incantato di Morgana e torna giovane al mondo. Don Chisciotte, che di tali casi ne conosceva a dozzine, uscito dalla grotta di Montesino, dov'era rimasto un'ora, pretendeva di avervi passato tre d interi. Vittore Hugo introdusse questo tema leggendario nel suo Petit Pcopin.
(44) De bello gothico, IV, 20. Secondo l'opinione di Gregorio Magno, Diabolus sedet in lateribus aquilonis. L'effigie del diavolo occupa, in alcune carte medievali, il punto di settentrione. Altri posero l'inferno e la citt di Satana in regioni inesplorate dell'emisfero australe. Al punto d'intersezione dell'equatore e del gran meridiano, gli Arabi ponevano il Castello d'Azin o d'Arin, di difficile accesso, o il trono d'Iblis. Del resto l'Ibernia era paese di maraviglie, come ne fanno fede alcune descrizioni rimasteci: PATRICIUS, De rebus Hiberni admirandis, GIRALDO CAMBRENSE, Topographia Hiberni (FABRICIO, Bibl. med. et inf. latin., III, 181).
(45) V. HUMBOLDT, op. c., v. II, p. 87 e segg.; RAFN, Aperu de l'ancienne gographie des rgions arctiques de l'Amrique selon les rapports contenus dans le sagas du Nord, Copenaghen, 1847.
(46) V. D'AVEZAC, Les les fantastiques de l'Ocan occidental au moyen ge, Parigi, 1846.
(47) PANTHEON, p. IIa, nel v. II degli Script. Germ. ex Biblioth. Joannis Pistorii, ed. dello Struvio, Ratisbona, 1726. Gli  un fatto che lo zelo dell'apostolato aveva fatto scoprire ai missionarii dell'Irlanda e della Frisia parecchie terre nell'Atlantico settentrionale, secondo  provato da testimonianze sicuro del IX e dell'XI secolo (HUMBOLDT, op. c., v. II, p. 160).
 San Patrizio si vantava d'essere stato in luoghi dova nessuno era andato mai (HERSART DE LA VILLEMARQU, La legende celtique, Parigi, 1864, p. 106).
(48) Di statue cos fatte si discorre spesso dai geografi e dai novellieri arabi.
(49) Nei Dialoghi di San Gregorio, 1. IV, 36, si racconta di un soldato che, in una visione, passa un fetido fiume, poi giunge a prati fioriti, dove si sta costruendo una casa che ha le tegole d'oro.
(50) Nel citato poema di Ugo d'Alvernia, Enoc ed Elia si comunicano con cert'ostie che Ugo ha ricevuto dal papa.
(51) Vedi la leggenda dei Sette Dormienti, riferita da GREGORIO DI TOURS, Epistola ad Sulpitium Bituriensem, da PAOLO DIACONO, De gestis Longobardorum, I, 4, e dal VORAGINE, Legenda aurea, c. 96. Essa si trova anche nel Corano, s. 18.
(52) Legenda aurea; Acta Sanctorum, 16 maggio, 599-603; JUBINAL. La lgende latine de S. Brendaines, Parigi, 1836; WRIGHT, St. Patrick's Purgatory, Londra, 1844, p. 91; REFIS, Vita S. Brandani. Llandovery, 1853; SCHRDER, Sanct Brandon, Erlangen, 1871; MORAN, Acta Sancti Brandani, Dublino, 1872; MICHEL, La legnde de S. Brandan, Parigi, 1877. Ho seguito una versione anglo-normanna inserita nei Romanische Studien, I, 553. Una Vita italiana di San Brandano registra il Lami.
(53) Un manoscritto del IX secolo registra il GREITH, Spicilegium Vaticanum, p. 145; cf. HARDY, Descriptive Catalogue, I, 159. Albericus Trium Fontium nella sua Cronaca pone il viaggio di San Brandano all'anno 561.
(54) Un'isola popolata di montoni scoprirono anche i viaggiatori Almagrurini, la cui navigazione  narrata da Edrs e da Ibn-al-Vardi.
(55) Anche Sindbad il Navigatore delle Mille e una Notte, scende, co' suoi compagni di viaggio, sul dorso di un mostro marino, scambiandolo per un'isola.
(56) Uccelli cos fatti incontra nel suo viaggio anche Ugo d'Alvernia.
(57) Demonii martellanti l'anime sulle incudini si trovano anche nella famosa leggenda di Tundalo, diffusa n tutta Europa (V. due versioni italiani; pubblicate nella Scelta di curiosit letterarie, disp. 112, 128).
 Non paga di punirlo di atroci e singolarissime pene, la fantasia popolare, rinnovando la leggenda di Edipo, fa che Giuda uccida il padre e sposi la madre. V. La leggenda di Vergogna, e la leggenda di Giuda pubblicate dal d'Ancona nella Scelta di curiosit letterarie, disp. 99. Una Vita Judae traditoris, esistente in un manoscritto di Halberstadt, ricorda il LEYSER op. c., p. 1225.
 Huon de Bordeaux, nel seguito del poema che porta il suo nome (red. in prosa e in verso), viaggiando per ignote regioni, trova Giuda in un gran gorgo di mare, perpetuamente travolto dal furore dell'acqua. Tutte le acque che son sulla terra debbon passar di l a fargli insulto. Solo schermo contro la furia loro gli  un pezzo di tela, che, sendo in vita, egli diede in elemosina (red. in prosa). Talvolta sembra che la fantasia popolare, creatrice della leggenda, ceda a un sentimento di piet verso il grande scellerato, e cerchi alcun temperamento a' suoi martirii. Baudouin de Sebourc trova Giuda in un cespuglio di spine, dove, il sabato e la domenica di ciascuna settimana, riposa dalle pene dell'inferno. Tal grazia gli fu conceduta da Dio perch una volta gett un asse traverso una via allagata, e un'altra don ad un infermo quanti denari si trovava in dosso. Nella Vita latina di S. Brandano pubblicata dal Jubinal, la pietra su cui Giuda siede in mezzo all'onde,  una pietra con cui questi tur una buca in una pubblica via. Vi si trova anche il pezzo di tela, ma pi per accrescere che per scemare tormento. Giuda riposa tutte le domeniche, e, per giunta, nei giorni che prossimamente precedono e seguono le feste solenni (op. c., p. 44). Nella nota leggenda della discesa di S. Paolo all'inferno tutte l'anime dannate ottengono, per intercessione dell'apostolo, di poter riposare dal sabato sera sino al luned mattina.
(58) CHOLEVIUS, Geschichte der deutschen Poesie, Lipsia, 1854, v. 1, pag. 169.
 Alla medesima classe a cui appartiene la leggenda di San Brandano dovrebbe appartenere la leggenda spagnuola di Sant'Amaro, ricordata dal DENIS, op. c., p. 283.
 La storia della navigazione di San Brandano ha qualche somiglianza con quella che della navigazione del re danese Gormo racconta SASSO GRAMMATICO, Historia Danica, ed. di Copenaghen, 1839-1853, v. I, p. 420 e segg. Gormo, bramoso di scoprir cose nuove, raccoglie trecento compagni, e alla guida di un tal Torkillo, con tre navi saldamente costrutte, si mette in mare. In capo a un certo tempo giungono i naviganti ad una terra, ove, essendo gi stremati di vettovaglie, fanno strage dei greggi che vi trovano. Le divinit del luogo, offese, contendono loro la dipartita sino a che non abbiano offerto in sacrificio d'espiazione tre di loro compagnia. Di quivi passano nella Biarnia ulteriore, paese di delusive lusinghe e d'incantamenti diabolici. Torkillo vieta ai compagni di parlare cogli abitanti, di accondiscendere ai loro inviti, questo essendo il sol modo di render vane le loro malie; quattro pi incontinenti trasgrediscono il divieto, e rimangono nella terra in una condizione di servit neghittosa, immemori del passato. Gli altri si partono liberamente, e pervengono ad un orribil castello, custodito da cani famelici, abitato da mostruose e spaventevoli larve. Qui Torkillo ammonisce di nulla temere e di nulla prendere delle cose che si mostrano a lusingare la cupidigia; ma egli stesso non sa resistere alla tentazione. Ne segue un'orribile zuffa. Al ritorno, dei trecento compagni non ne rimangono pi che venti.
 Nei paraggi ove nacque la leggenda di San Brandano, nacque anche quella del Pozzo di San Patrizio, la quale pone il Paradiso terrestre sotterra, al di l della regione del Purgatorio (WRIGHT, op. c., p, 68 e segg.; HORSTMANN. Altenglische Legenden, Paderborn, 1875, p. 151 e segg.). Questa leggenda fu tra le pi famose nel medio evo e dur a vivere un pezzo anche in pieno Rinascimento. Uno dei personaggi del dramma del Calderon intitolato El Purgatorio de San Patricio, dopo aver descritto i luoghi di punizione da lui visitati, cos descrive it Paradiso terrestre:

 Pas al fin, y en una selva
 Me hall, tan dulce y tan frtil
 Que me pude divertir
 De todo lo antecedente.
 El camino fui siguiendo
 De cedros y de laureles,
 rboles del paraiso,
 Sindolo all propiamente.
 El suelo, todo sembrado
 De rosas y de claveles,
 Matizaba un espolin
 Encarnado, bianco y verde.
 Las mas amorosas aves
 Se quejaban dulcemente
 Al compas de los arrojos
 De mil cristalinas fuentes.
 Y  la vista descubr
 Una ciudad eminente,
 De quien era el sol remate
 A torres y chapiteles.
 Las puertas eran de oro,
 Tachonadas stilmente
 De diamantes, esmeraldos,
 Topacios, rubes, claveques.
 Antes de llegar se abrieron,
 Y en rden hacia mi viene
 Una procesion de Santos,
 Donde nios y mugeres.
 Viejos y mozos venian,
 Todos contentos y alegres
 Angeles y Serafines
 Luego en mil coros proceden
 Con instrumentes suaves,
 Cantando dulces motetes.

 La citt  inaccessibile. In Italia fu pi volte stampato un Viaggio del Pozzo di San Patrizio. V. HAYM, Bibl. ital., II, 624; VILLARI, Antiche leggende, ecc., Pisa, 1865; Il Propugnatore, v. III, 1, p. 67-150.
(59) Alexandri Magni, Iter ad Paradisum, ed Julius Zacher, Regimonti Pr., 1859.
 Ad Alessandro Magno fu dai romanzatori attribuita una infrenabile curiosit di conoscere le pi riposte cose. Abul Casim Samarcandi narra che l'eroe conquistatore mand una volta gran numero di navigli ad esplorare i mari e a ricercare gli ultimi termini del mondo. Uno di quelli, dilungatosi nell'Oceano, s'imbatt, dopo gran tempo, in altra nave che faceva contrario viaggio. V'erano sopra uomini d'ignota nazione ma le genti di Alessandro riuscirono a saper da esse come vi fosse, al di l dell'Oceano, un'altra terra, e come un loro re, preso dal desiderio medesimo onde era stato preso il Macedone, avesse ordinato loro di esplorare tutto il mondo.
(60) Non so se la gemma di cui qui si discorre fosse un frammento della rupe mirabile di cui parla GERVASIO DI TILBURY, op. c., XXVII: In regno Arelatensi, provincia Ebredunensi, castro, quod Noth dicunt, est rupes magna, quam si minimo digito impuleris, totam ad facilem motum duxisti. Si vero totum corpus aut infinita plaustra boum admoveris, immobilis perseverat. VINCENZO BELLOVACENSE. Speculum naturale, l. VII, c. XXV, pone una rupe in tutto simile presso a Narpasa, citt dell'Asia. Adamo Oleario, il quale viaggi in Asia negli anni 1633-1639, riferisce una storia persiana della ricerca fatta da Alessandro della fontana di giovinezza ove sono alcune particolarit che credo non s'incontrino altrove. L'angelo Raffaele, custode della spelonca ove scaturisce la fonte, porge ad Alessandro una gemma simile nell'aspetto a quella di cui si parla nel racconto latino; ma ci che poi si ragiona di essa non accenna a nessuna qualit simbolica (Voyages trs-curieux et trs-renomms faits en Moscovie, Tartarie, et Perse, traduits de l'Original et augments par le Sr. De Wiquefort, Amsterdam, 1727, col. 865-871).
(61) La leggenda  riportata negli Acta Sanctorum, 23 ottobre. Qui si tratta di San Macario detto di Roma, ma non fu questo il solo santo creato dalla fantasia popolare. Spesse volte una parola frantesa, un giudizio erroneo, una mitica personificazione diedero origine a un santo venerato di poi sugli altari. Il MAURY, Lgendes pieuses du moyen ge, Parigi, 1843, passim, ne reca parecchi esempii,
 V. Vita sanctissimi et gloriosissimi Neminis, in Aug. d. Germ. Mus., XIII, 361-367. Il medio evo esercit pi d'una volta il flagello della satira contro il furore delle Vit Sanctorum, degli Acta Martyrum e tutta la sequela degli Officia, dei Gesta, dei Miracula e delle Translationes. Vedi, p. e., il Martyre de saint Baccus, figlio

 .....d'une fille c'ot Noe
 Qui Vingne fut lors apelle,

 in JUBINAL, Nouveau recueil de Contes, Dits et Fabliaux, Parigi, 1839-1842, v. I, p. 250. Contro il furore delle visioni vedi una poesia satirica appo DU MRIL, Posies populaires latines antrieures au douzime sicle, Parigi, 1843, p. 298. Contro il furore delle reliquie vedi la novella LX del Sacchetti. Ma gi, sin dal secolo IX, Alcuino, Claudio da Torino, bardo s'erano ripetutamente scagliati contro le assurde pratiche della devota superstizione.
(62) Intorno alla storia favolosa di Alessandro vedi l'Introduzione del GRION al romanzo I nobili fatti di Alessandro Magno, Bologna, 1872.
(63) Ci parrebbe risultare dalla comparazione della leggenda in discorso con quelle di cui s' fatto parola innanzi. Molte delle strane cose che i frati incontrano nel loro viaggio si trovano talvolta disegnate o indicate nelle carte geografiche del medio evo.
(64) Di una regione tenebrosa dell'Asia parlarono parecchi. Confronta ci che il Mandeville dice della provincia di Bonavison, da lui posta nella Georgia.
(65) Nelle visioni si trova spesso fatta menzione di laghi dove le anime, in varii modi, son tormentate. Una valle spaventosa, piena di mostri, e simile molto a questa della leggenda, descrive il Mandeville, che dice d'averla traversata, in compagnia di due frati. Marco Polo ricorda la valle, ma non dice d'esservi stato.
(66) Conclude cos:
 Quam ob rem nos credimus quod trans Indorum Dimiricam Evilat patriam intransmeabilem ab hominum itinere ad orientalem plagam ipse paradisus esse ostenditur, sicut hic testatur mihi sanctus Athanasius Alexandri episcopus ab Antiocho exquisitus prside dicens "testificatur mihi sancta scriptura dicens quod plantavit deus paradisum in Eden ad Orientem: docet enim vos quia in extremo Orientis totius terrae est paradisus, quam ob rem aiunt quidam disertissimi historiographi quoniam propterea cuncta ambrosiifera gignuntur sicut proxima paradisi existit provincia, et quemadmodum palm masculi proxime vicinantes feminas palmas per aspirationem ventorum fructificare faciunt, ita videlicet ex paradiso ventorum flatibus flagrans aspiratio vicinantium sibi locorum arbores aromata gignere facit." Ravennatis Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographia ex libris manuscriptis ediderunt M. Pinder, et G. Parthey, Berlino, 1860, p. 14-15.
 Il Mandeville, ne' suoi viaggi, si duole di non aver potuto visitare il Paradiso terrestre. Dice che molti tentarono andarvi, ma che a nessuno riusc. Le fiere che infestano quelle strane regioni, l'altezza e l'asprezza dei monti, non lasciano ch'altri s'appressi al sacro luogo. BRUNETTO LATINI nel Tesoretto:

 Per quel trapassamento
 Mantenente fu miso
 Fora del Paradiso,
 Dov'era ogni diletto,
 Senza niuno eccetto
 Di freddo o di calore,
 D'ira n di dolore.
 E per quello peccato
 Lo loco fue vietato
 Mai sempre a tutta gente.

 Per gli antichi gli Elisi erano: reclusum nemus, discret piorum sedes, regna impervia vivis.
(67) Entrano nel Paradiso terrestre, oltre ad Ugo d'Alvernia digi ricordato, Guerrino il Meschino, Baudouin de Sebourc, forse Uggero il Danese (Cf. RAJNA, Le fonti dell'Orlando Furioso, Firenze, 1876, p. 473), l'Astolfo dell'Ariosto. Baudouin, mentre naviga in compagnia di un tal Poliban,  trascinato da furiosissimi venti mille leghe al di l del reame di Francia, in un mar tenebroso. I due viaggiatori riescono ad accostare una terra incognita, dove trovano un giardino cinto da un muro di cristallo. In sulla porta si fan loro incontro i due profeti Enoc ed Elia, che li invitano ad entrare, dicendo:

 Car on vous abandonne l'entre  vos talent.

 Entrati, trovano nel santo luogo un melo, il quale ha la doppia virt di far ringiovanire i vecchi e invecchiare i giovani. L'albero  quello medesimo che fu cagione del peccato e di cui si fece la croce, secondo testifica Enoc. Poliban, vecchio, avendo gustato un d quei pomi, incontanente diventa giovane, mentre Baudoin, che ha voluto seguire il suo esempio, si muta di giovane in vecchio, e prova tutti gl'incomodi della vecchiaia, sino a che Enoc, facendogli dar un morso in un altro pomo, lo riduce nella condizione primiera (Baudouin de Sebourc, ed. Bocca, Valenciennes, 1841, c. XV). Ugo d'Alvernia giunge al Paradiso terrestre dopo un viaggio pien di travagli e di avventure da lui intrapreso per andare ad intimare a Satanasso di riconoscersi vassallo della corona di Francia. Qui giova far notare che, contrariamente al costume, egli giunge al Paradiso prima di giungere ai luoghi di punizione. Anche Huon de Bordeaux, nel gi citato Seguito,  tratto da un griffone sopra un monte che ha qualche somiglianza con quello del Paradiso terrestre. Ivi non  mai tempesta, dacch Ges Cristo vi ripos e lo benedisse. Vi si trovano tutti i frutti della terra ed alberi di maravigliosa bellezza, fra cui uno le cui frutta restituiscono la giovinezza.
(68) L'immaginazione primitiva del Paradiso terrestre fece nascere, come per maniera di riverbero, pi altre immaginazioni affini. La leggenda sacra ebbe l'accompagnatura delle leggende profane, il Paradiso degli asceti trov riscontro in un paradiso dei cavalieri, In un paradiso degli amanti, in un paradiso dei ghiottoni. L'isola di Avallon, d'onde si credeva che i missionarii avessero cominciato la conversione della Bretagna (lo SMITH, nel Catal. libr. manuscript. Biblioth. Cottonian p. 130, registra: De Josephi Arimatheni ad Insulam Avalloniam in Britannia adventu), e dove Art, ferito, venne trasportato dalle fate,  un luogo d'incomparabili delizie, un vero paradiso cavalleresco. Nel poema inedito intitolato La Bataille Loquifer, se ne fa una maravigliosa descrizione. Le porte che chiudono il luogo sono d'avorio, come quelle dell'Eliso, le pietre guariscono da ogni malattia. L'aria vi suona di cos soavi armonie che ognuno, ascoltandole, vi si addormenterebbe, come i tre frati della leggenda ascetica. Gl'incantati giardini servono di dimora agli eroi famosi (V. P. PARIS, Trouvres et chansons de geste, p. 280). Una descrizione consimile si trova nel romanzo francese in prosa di Ogier le Danois (V. DUNLOP, History of Fiction, ed. di Filadelfia, 1842, p. 287). I giardini di Morgana, dove Uggiero passa dugent'anni, servirono di modello a quelli di Alcina e di Armida. I poeti musulmani parlano sovente di un paradiso d'Iran, nell'Arabia felice, opera di un empio re, per nome Scedad, il quale voleva essere tenuto un dio. Qui va ricordato anche il famoso paradiso del Veglio della Montagna, che fu s celebre nel medio evo, e che porse argomento alla nov. 8a, giorn. III, del Decamerone. Un paradiso d'amore si descrive nella raccolta intitolata Fabliaux ou Contes du XII et du XIII sicle, traduits ou extraits d'aprs divers manuscrits du temps, Parigi, 1779-1781, v. II; una descrizione di una specie di paradiso d'amore, con qualche reminiscenza dantesca, si trova appo WESSELOWSKY, Paradiso degli Alberti, Bologna, 1867. v. II, p. 341 e segg. Il Paradiso dei ghiottoni  il paese di Cuccagna, a cui nemmeno l'albero manca. Gi nella terra promessa scorrono fiumi di latte e di miele (Esodo, 3, 8). Anche la paganit sogn un paese simile a quello della Cuccagna, e Ateneo ci ha conservato alcuni frammenti di poeti greci che ne parlano. Il valoroso Terapontigono Platagidoro del Curculio di Plauto, ha conquistate, fra molt'altre, anche le terre di Peredia e di Perbibesia. Gli Orientali conoscono il paese di Sciadukiam. Il paese di Cucagna, il cui nome sembra di origine italiana (DIEZ, Etym. Vrterb, II ed.,I, 146), corrisponde alla Schlaraffenland dei tedeschi, di cui si parla in particolar modo nel Narrenschif di Sebastiano Brandt. Esso si trova descritto nei Fabliaux. V. BARBAZAN e MON, Fabliaux et Contes, v. IV. p. 175. LE GRAND D'AUSSY, Nouveau Recueil, v. I, p. 227. Vi si pone la fontana di giovinezza come nel Paradiso terrestre, e in un poemetto inglese viene a dirittura con questo paragonato (WRIGHT, op. c., p. 54). Nella nov. 3, gior. VIII, del Decamerone, esso prende il nome di Bengodi. In una commedia del LEGRAND, intitolata Le pays de Cocagne, e rappresentata nel 1718, Filandro, cavaliere errante, perviene, scortato dal savio Alchife, a quel paese, come altri cavalieri prima erano pervenuti al Paradiso terrestre (Thtre des auteurs de second ordre, t. IV). In Italia abbiamo un poemetto di QUIRICO ROSSI intitolato la Cuccagna, e una Cuccagna conquistata impressa in Palermo nel 1674.
 Dei paradisi schiettamente simbolici non parlo. Tale sarebbe quello che si descrive nell'Anticlaudiano di ALANO DE INSULIS (seconda met del secolo XIII), poema che ha qualche somiglianza con quello dell'Intelligenza attribuito a DINO COMPAGNI.
 Che cosa ci fosse in un monastero di suore domenicane, fondato in un luogo di Vestfalia l'anno 1252 da fargli meritare il nome di Paradiso, forse sapeva il padre confessore ENRICO DI OSTHOVEN che ne scrisse la storia: De institutione Paradysi et humili ingressu sororum, ap. SEIBERTZ, Quellen der Westfalisch. Geschichte, I, I e segg.
(69) Lo stesso dicasi di un altro eroe da leggenda, Fortunato. il quale, divenuto padrone della borsa miracolosa, gira il mondo, visita il Pozzo di San Patrizio, arriva sino al paese del Prete Gianni (V. la storia di Fortunato nei Deutsche Volksbcher del SIMROCK, IIa ed., Francoforte, 1867).
(70) Di un poema spagnuolo del secolo XV, che tratta del Paradiso terrestre, non mi  riuscito di sapere altro. Nel tempo che Napoleone empieva di rumore e di spavento il mondo, Don Felix Jos Reinoso, prima curato di Santa Cruz di Siviglia, poi primo redattore della Gaceta del Gobierno, finalmente individuo de la inspecion general de imprentas y librerias del reino, componeva un poema della Inocencia perdida, sperando che potesse riuscire d'ammaestramento alla corrotta umanit. Se non che troppo per da vero e da troppo gran tempo era perduta l'innocenza anche nel dominio della poesia, ed egli se ne sarebbe di leggieri persuaso se gli fosse capitato tra mani un poemetto stampato in Francia mezzo secolo innanzi, e intitolato Adam et Eve, dove si narrano strane cose della vita dei primi parenti nel Paradiso. Esso  inserito nel v. VI della notissima raccolta intitolata L'Evangile du jour, pubblicata a Parigi dal 1769 al 1778. Il BARBIER, Dictionnaire des ouvrages anonymes, IIIa ed., v. I, s. t. Adam et Eve, lo attribuisce al Voltaire, ma chi n'abbia letta una pagina sa che conto si vuol fare di tale attribuzione.
(71) Alberi cosmogonici si ritrovano nelle mitologie di tutte le genti ariane. Tali sono lo skambha vedico, l'ilpa buddistico, l'irminsul e l'yggdrasil della mitologia germanica.
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FINE.
